Barriere

Fences

USA - 2016
4/5
Barriere
Storia di Troy, ex giocatore e grande promessa non mantenuta del baseball, che lavora come netturbino a Pittsburgh e che deve affrontare il difficile rapporto con la famiglia e con gli amici.
  • Durata: 138'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANAVISION PANAFLEX MILLENNIUM XL2, 35 MM, (2K)/PANAVISION, D-CINEMA (1:2.35)
  • Tratto da: opera teatrale di August Wilson
  • Produzione: DENZEL WASHINGTON, TODD BLACK, SCOTT RUDIN PER BRON STUDIOS, MACRO, PARAMOUNT PICTURES, SCOTT RUDIN PRODUCTIONS
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ITALY (2017)
  • Data uscita 23 Febbraio 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Marzia Gandolfi
Come il blues, l’opera di August Wilson mette in versi l’esperienza afro-americana. Come il blues lascia la parola a una minoranza. A quella minoranza appartiene Troy Maxson, eroe ordinario e ciarliero, che monopolizza lo spazio scenico in cerca di riconoscenza sociale e familiare. Alla sua terza regia e coerente con una filmografia aderente a un gruppo sociale, a una coscienza politica, a una storia e a un territorio, Denzel Washington pesca Fences da “The Pittsburgh Cycle”, una raccolta di dieci pièce che risuonano l’urgenza della comunità afroamericana di affermarsi socialmente e di riparare la propria identità culturale.

Netturbino nella Pittsburgh degli anni Cinquanta, Troy Maxson ha una moglie che ama e tradisce, un amico inseparabile che parla alla sua coscienza e due figli che non comprende. Lyons suona il jazz e Troy canta il blues, Cory pratica il football e Troy gioca a baseball. Se le ingiustizie sociali costituiscono il campo di battaglia di Troy, la sua collera insorge costantemente contro se stesso e i propri cari. Spirito indomabile che lotta per non soccombere ai demoni interiori, Troy è incarnato da Denzel Washington, che lo aveva già interpretato nel 2010 a Broadway.

La regia senza eccessi, che muove dal cortile verso la strada e il deposito, disloca lo sguardo del pubblico avvinto da una performance verbale potente. Parole che (ri)compongono il mondo del protagonista, assediato dalla morte come la città di cui porta il nome, e annullano la distanza tra monologo e assolo. Il cortile, spazio scenico che ospita il talento oratorio di Troy e le repliche profetiche del ‘coro’ (Rose, Bono, Gabriel), si svuota progressivamente e si riduce ai soli spettatori, che Denzel Washington fronteggia in camera. Solo, dentro il recinto che si è costruito, Troy ricorre al blues come ultima risorsa per farsi intendere. E la canzone di Troy (“Blue”), ereditata dal padre violento e trasmessa ai propri figli, diventa la chiave di lettura primordiale per avventurarsi nel dramma, il gesto di perdono che guarisce e fa avanzare la vita.

Narratore ed eroe della storia il Troy di Washington è una risacca di fatica che trascina con sé la sua famiglia e ingombra il cortile, convertito in campo sacro di baseball e vestigia di una gloria sportiva passata e frustrata. Ad arginarlo, a riportare i suoi racconti alla dimensione reale, a mediare tra padre e figli, tra personaggio e spettatore, tra finzione e realtà, c’è la Rose di Viola Davis, contrappunto inesorabile alla sua magniloquenza e ruolo capitale della coesione e della trasmissione sociale. Il suo desiderio è conservare l’unione familiare dentro la recinzione del titolo che Troy rovescia in separazione, tema implicito nel titolo.
Chiuso dall’interno, Troy sfida l’esclusione sociale dal sogno americano e Denzel Washington canta la blue note della discriminazione razziale e delle barriere esistenziali. Che qualche volta come nel baseball basta superare per fare homerun.

NOTE

- GOLDEN GLOBE 2017 A VIOLA DAVIS COME MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA. DENZEL WASHINGTON ERA CANDIDATO COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2017 PER: MIGLIOR FILM, ATTORE PROTAGONISTA (DENZEL WASHINGTON), ATTRICE NON PROTAGONSTA (VIOLA DAVIS) E SCENEGGIATURA NON ORIGINALE.

- OSCAR 2017 A VIOLA DAVIS COME MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONSTA. LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR FILM, ATTORE PROTAGONISTA (DENZEL WASHINGTON) E SCENEGGIATURA NON ORIGINALE.

CRITICA

"(...) Pittsburgh story anni 50 di e con Denzel Washington in unità di tempo, luogo e azione (un teatralissimo cortile) seguendo un movimento di parole lanciate come palle di baseball, una potente visione di sofferenza che non lascia ricordi, non ha nome proprio. L'eroe tragico di Washington è prepotente anche nella figura e comanda un grande cast di serie A con Viola Davis al centro." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 23 febbraio 2017)

"(...) bel dramma d'epoca diretto e interpretato da Denzel Washington. Non stupisce la sua scelta, perché la parte di Troy Maxson (...) è di quelle per cui anche un attore al culmine della carriera potrebbe uccidere. (...) Chi predilige un cinema più dinamico potrebbe non apprezzare la struttura da palcoscenico di 'Barriere', che a tratti dà la sensazione di stare a teatro. Difficile, però, non lasciarsi rapire dalle interpretazioni di Washington e Viola Davis (...), impagabili nel far sentire le barriere - razziali, ma anche psicologiche - cui allude il titolo." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 23 febbraio 2017)

"Ci sono film che non somigliano a nient'altro. Opere che sembrano venire da lontano e insieme possiedono qualcosa che li rende misteriosamente vicini: come il pezzo mancante di un puzzle che cercavamo da tempo. 'Barriere', tratto dalla pièce omonima del drammaturgo afroamericano August Wilson (1945-2005), una leggenda in patria, è uno di questi film inattuali e brucianti. A prima vista è puro teatro filmato, lunghe conversazioni salmodiate nella lingua musicale degli afroamericani (almeno in versione originale) ambientate per lo più nel cortile o fra le mura della modesta abitazione del protagonista Troy Maxson (lo stesso Washington, che lo ha interpretato anche a teatro nel 2010), con pochi esterni e un pugno di altri personaggi. (...) Il magnetico, irresistibile Troy, con tutte le sue sparate, i suoi ricordi, le sue canzoni, è (...) una figura ambivalente. Un tiranno pronto a tradire e sfruttare coloro che ama, senza smettere di amarli, portandosi dentro la colpa e la vergogna. (...) Un personaggio epico, troppo complesso per lasciarsi ingabbiare in una definizione, centro di un mondo perduto che il film evoca poco a poco, con insolito rigore ed economia di mezzi. Puntando sugli attori, straordinari, e su una regia essenziale, tutta in sottrazione, che solo nel finale, oculatamente, si apre a una trovata di sicuro effetto. Un 'Morte di un commesso viaggiatore' in chiave afro, verrebbe da dire (un paragone che ricorre anche nella critica Usa), se non rischiassimo di sminuire la profonda originalità del teatro di Wilson. Tutto da scoprire in Italia. Ragione di più per approfittare del film di Denzel Washington." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero' 23 febbraio 2017)

"Nel dramma di August Wilson (...) la scena è il cortile di un periferico villino; e il titolo simboleggia con doppia valenza la condizione dei neri nella società americana, protetti e al contempo prigionieri del loro ghetto esistenziale. Avendo portato 'Fences' trionfalmente in scena a Broadway nel 2010, Denzel Washington lo ha riproposto con altrettanto successo sullo schermo (...) senza alterarne la struttura teatrale e ben evidenziando con grintoso gioco attoriale, in perfetta complicità con la potente Viola Davis, il senso ultimo del lavoro di Wilson: mostrare ai bianchi che tematiche come amore, tradimento, dovere e rimpianto non sono loro esclusivo retaggio." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 23 febbraio 2017)

"L'altezza maestosa, quasi shakespeariana, delle idee di Wilson, la ricca musicalità poeti-co/dialettale della sua lingua, la comprensione profonda di un'immutabilità dell'esperienza afroamericana, come compresse nel cortiletto di una casa della Pittsburgh anni '50, sono evocate con grande vigore e intelligenza in 'Barriere'. (...) Girato su una sceneggiatura cui Wilson aveva lavorato prima di morire (e su cui è intervenuto Tony Kushner), 'Fences' riflette l'intimità con il testo costruita attraverso l'esperienza sul palcoscenico, da Washington e dalla sua co-star, Viola Davis, ma non ha la bidimensionalità che spesso accompagna gli adattamenti dal teatro. Allo spazio del cortile, Washinton aggiunge un paio di stanze della casa di Troy e Rose Maxton, e un lavoro sulle profondità di campo. Ma, meno che al set espanso, la dinamicità, l'esuberanza, del suo film sembrano affidate al valore trainante, quasi fisico, delle parole stesse, e al lavoro degli attori che le pronunciano." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 23 febbraio 2017)

"Morto a soli 60 anni nel 2005, lo stesso Wilson avrebbe voluto farne un film, a patto che a dirigerlo fosse un nero: Washington gli dà soddisfazione postuma. Mal tradotto in 'Barriere' al posto del più corretto e calzante 'Recinto', 'Fences' trae esplicita, seppur non ostinata né filologica, ispirazione dall'autobiografia di Wilson (...) Troy non è cattivo, piuttosto ferito, piegato, rabbioso. Emozioni che Wilson, e Washington, mitigano con un'inesorabile, commovente e pietosa umanità: Troy sarà pure carnefice, alternativamente vittima, ma sempre e comunque uno di noi. Bloccato dalle segregazioni razziali, convenzioni sociali, infingimenti sentimentali in un recinto esistenziale che lui stesso ha contribuito a costruire (...). E in questa ambivalenza, in questa dualità esclusione/inclusione, allontanamento/vicinanza, accettazione/rifiuto si gioca la sfida morale, il 'plateau' emozionale di un dramma da cortile che ti prende l'anima e dopo 138 minuti te la restituisce squassata, pulsante e commossa fino alle lacrime. I dialoghi tra Troy e Rose sublimano artisticamente la terapia di coppia, lo scontro padre-figlio ci ritrova allo specchio, e Washington e Davis sono uno spettacolo d'attori: superbi, profondi, totalizzanti. Non si soffre l'eredità teatrale, perché se la macchina da presa non corre da una location all'altra - ma rimane per lo più nell''hortus conclusus' di Troy -, interpreti, dialoghi e verità dischiudono le nubi e trovano il sole. Non perdetevelo." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 23 febbraio 2017)

"Nel testo Premio Pulitzer del più importante drammaturgo afroamericano, August Wilson (1945-2005), la star afroamericana più potente a Hollywood cerca la consacrazione dell'epopea nera, dall'eco della schiavitù alle contraddizioni del 'posto al sole' alla cecità davanti alla vera emancipazione culturale. Mattatore (già in scena a Broadway) e regista, Washington esaspera la teatralità di set, ma fornisce a Viola Davis un controcanto formidabile." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 23 febbraio 2017)

"(...) un bel dramma scritto da August Wilson 40 anni fa. Washington l'ha riesumato coll'intenzione di farne veicolo per un suo super show. Non poteva prevedere che Viola Davis (la moglie) gli avrebbe rubato la scena per molti dei 139 minuti." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 febbraio 2017)

"La pellicola nasce dall'adattamento di un testo teatrale (interpretato dagli stessi protagonisti del film) del drammaturgo August Wilson. Infatti, la maggior parte della vicenda si svolge all'interno del cortile della casa di Troy, con entrate e uscite dallo spazio scenico. Un simile titolo deve, così, aggrapparsi, per forza, ai suoi attori. La coppia funziona in modo alchemico. Washington (...) sa, con bravura, rivestire di antipatia ed esuberanza il suo personaggio." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 23 febbraio 2017)
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