Aurora

Sunrise: A Song of Two Humans

USA - 1927
Sedotto da una giovane donna di città il giovane contadino Ansass tenta di uccidere la moglie Indre per fuggire con l'altra. Poi, pentito, non riesce a portare a termine il suo piano e chiede perdono partendo con la moglie per la città. Dopo aver trascorso insieme un pomeriggio da sogno e aver rinsaldato il loro legame, mentre si trovano su una barca diretti a casa, un temporale fa cadere la donna in acqua. Ogni ricerca è vana e allora l'uomo, convinto della morte della moglie, pensa che la colpa sia da attribuire a se stesso e ai suoi propositi e decide di ritrovare e uccidere la donna di città. Ma quando sta per commettere il delitto apprende che la moglie è sana e salva in ospedale. Il temporale è finito e sul lago ormai calmo, sta sorgendo l'aurora...

CAST

NOTE

- PRIMA PROIEZIONE: NEW YORK, 23 SETTEMBRE 1927.

- OSCAR PER MIGLIOR ATTRICE (JANET GAYNOR), MIGLIOR FOTOGRAFIA E OSCAR SPECIALE.

- CARTELLI: KATHERINE HILLIKER E H.H. CALDWELL.

- HUGO RIESENFELD HA COMPOSTO LA PARTITURA MUSICALE DELL'EDIZIONE DEL 1927, LA COLONNA SONORA PER LA RIEDIZIONE DEL 2004 E' STATA CURATA DA TIMOTHY BROCK.

- DALL'11 GIUGNO 2004 VIENE RIPROPOSTA NEI CINEMA LA VERSIONE RESTAURATA.

CRITICA

"Sotto alcuni aspetti il film segna il risultato più alto raggiunto nel suo progredire come un'arte nuova". (Welford Beaton, "The film Spectator", 24 dicembre 1927).

"Murnau può fare da maestro a Hollywood per quanto riguarda la tecnica di ripresa, ma potrebbe imparare molto sul modo di narrare una storia dai talenti nostrani". ("Photoplay", dicembre 1927).

"Ben venga l'iniziativa della Bim, che dalla prossima settimana riporta sul grande schermo 'Aurora' (1927) di Friedrich Wilhelm Murnau, un vertice di quella che veniva chiamata 'l'arte muta'. Dal racconto 'Viaggio a Tilsit' di Sudermann, il regista tedesco in trasferta a Hollywood realizzò un film che per ricchezza e fantasia scenografica anticipa le grandiosità felliniane e inventa un linguaggio d'immagini da cui tutti quelli venuti dopo hanno imparato qualcosa. (...) Purtroppo l'ubriacatura europea dell'industria californiana durò poco. Bocciato al botteghino, Murnau non riuscì più a fare un film con piena libertà creativa e appena entrato nel mito morì in un incidente di macchina." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 5 giugno 2004)

"Evviva. Ritorna 'Aurora', il capolavoro di F.W. Murnau, in edizione restaurata. 'Aurora' è del 1927, è un film muto con didascalie, fu distribuito con una colonna musicale registrata con il sistema MovieTone. E' il primo film americano di Murnau, è tratto da un racconto di Hermann Sudermann, è stato sceneggiato da Carl Mayer (lo sceneggiatore del 'Gabinetto del dottor Caligari'), le scenografie sono di Rochus Gliese, famoso art director tedesco dell'epoca. Ha vinto tre Oscar (film d'arte, fotografia, Janet Gaynor miglior attrice): ed entra immancabilmente in tutte le classifiche dei dieci migliori film della storia del cinema. Mélo, commedia e tragedia (sfiorata) tra campagna e città. (...) Film magico, anzi più che magico: alchemico e avvolgente, sinfonico e sintetico, magistrale nella creazione di uno spazio drammatico e cosmico di ombre e trasparenze, inganni e rivelazioni. Murnau prende dei semplici elementi, prosaici e quotidiani, e li trasfigura in epifanie del sublime (proprio così, roba da non crederci). Autore di alcuni capisaldi del cinema tedesco, 'Nosferatu', 'L'ultima risata', 'Faust', il Murnau americano reinventa l'espressionismo, trasferisce quelle atmosfere in un luogo senza tempo e senza spazio, scrive con la macchina da presa sequenze indimenticabili: l'incontro notturno tra l'Uomo e la Donna di città nella palude nebbiosa, il viaggio in tram tra alberi e automobili, la scoperta della vita turbinosa ed elegante della metropoli, infine la furibonda tempesta sul lago. Il film ha un sottotitolo: un canto di due esseri umani. Un canto che non smette mai di ammaliarci." (Bruno Fornara, 'Film Tv', 15 giugno 2004)

"Le elaboratissime soluzioni visive che, non dimenticando quanto allora la macchina del cinema fosse pesante, ne fanno un gioiello che oggi ammiriamo nel suo originario splendore e la dice lunga sull'insuperata modernità dei vertici del muto. Da segnalare la perversa sensualità della Donna di Città, e il guizzo dell'artista europeo costretto a fare i conti con i compromessi, etici e narrativi, imposti dall'industria americana." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 19 giugno 2004)
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