Apocalypto

USA - 2006
L'impero dei Maya è in declino e un popolo invasore sta distruggendo i fasti dell'antica civiltà. Gli alti esponenti del potere, per ingraziarsi gli dei, continuano a pretendere la costruzione di nuovi templi e ulteriori sacrifici umani. Tra i prescelti al sacrificio c'è Zampa di Giaguaro, che però è deciso a sfuggire al proprio destino. Si avventura nell'ardua impresa di salvare se stesso e il suo popolo ma, soprattutto, la sua famiglia e la donna che ama.

CAST

NOTE

- IL FILM E' INTERPRETATO NELLA LINGUA MAYA YUCATECO (ANCORA IN USO NELLO YUCATAN).

- L'8 GENNAIO 2007 LA II SEZIONE DEL TAR DEL LAZIO, ACCOGLIENDO LA RICHIESTA DI MISURE CAUTELARI PROVVISORIE DA PARTE DEL CODACONS PER L'ECCESSIVA VIOLENZA DELLE IMMAGINI, HA VIETATO "PROVVISORIAMENTE LA VISIONE DEL FILM AI MINORI DI 14 ANNI".

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER MIGLIOR TRUCCO (ALDO SIGNORETTI E VITTORIO SODANO), MONTAGGIO SONORO (SEAN MCCORMACK E KAMI ASGAR) E MISSAGGIO SONORO (KEVIN O'CONNELL, GREG P. RUSSELL E FERNANDO CAMARA).

CRITICA

"Ci risiamo. Mel Gibson ha rifatto 'The Passion', stavolta però lo ha costruito come pareva a lui. Niente croci, Golgota e ebrei, niente romani imperialisti e diavoli tentatori. Ma soprattutto, niente testi sacri e tanto meno religioni scomode. Nossignori, stavolta il rude Mel si è scelto un'epoca e una civiltà su cui ricamare con la libertà concessa dal film esotico d'avventure, tanto nessuno troverà da ridire salvo gli specialisti. (...) Tolti il prologo sadico-goliardico e l'intermezzo idilliaco nel villaggio 'Apocalypto' funziona essenzialmente (banalmente) come il classico film di inseguimento, lo schema più usato anche nei videogame. (...) Il tutto sarebbe a suo modo anche molto entertaining, usiamo questa parola così americana, se Gibson non ammantasse il suo popcorn movie di ambizioni sproporzionate e di un sadismo così ostentato da sfiorare il ridicolo. Chi ama il genere caccia umana citerà classici come 'La preda nuda' di Cornel Wilde (1966), e il remoto ma saccheggiatissimo 'La pericolosa partita', 1932. Chi sperava che dopo Babenco ('Ballando nei campi del signore') e Mallick ('The New World'), Gibson avrebbe aggiunto una pietruzza all'esile collana di film sui nativi americani, sarà deluso da questi Maya perfetti sotto il profilo linguistico ed estetico, ma molto yankee nei modi e perfino nei concetti espressi in Yucateco. Più magia, e la metafora avrebbe retto. Ma la sterzata storica finale, con l'arrivo dei conquistadores, è davvero troppo sfacciata per crederci." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 4 gennaio 2007)

"Gibson torna a usare stili e trucchetti messi già in campo per la 'Passione'. Fa parlare tutti in una lingua praticamente sconosciuta - il maya yucateco - come a ribadire il realismo e la coerenza filologica dell'operazione. Sceglie attori non professionisti e 'antropologicamente' corretti ma si arrende alle leggi dello spettacolo che impongono volti fotogenici (e infatti il protagonista è un nativo americano delle tribù Comanche, Cree e Yaqui, e i veri discendenti dei maya si contano sulle dita di una mano). (...) Ne esce un quadro confuso e schematico allo stesso tempo, dove gli elementi del racconto non rispondo a un qualche criterio di veridicità o di realismo ma piuttosto alle esigenze 'ricattatorie' del progetto. Fateci caso: nel film di Gibson le azioni durano sempre un po' di più di quello che basterebbe per trasmettere un'idea o un'immagine. Come se la regia considerasse lo spettatore incapace di capire e per questo sottolineasse e ingigantisse artificiosamente questa o quella scena, come le sofferenze dei corpi straziati dal nemico o la fuga di Zampa di Giaguaro inseguito dalla pantera o il tentativo di risalita dal pozzo della moglie incinta. La stessa ambiguità si ritrova nell' idea di Natura che sta alla base del film. Nella prima parte sembra quasi una specie di tela di fondo anodina e illustrativa, che i locali sanno di dover rispettare e conservare; nella seconda parte cambia completamente faccia, rivelandosi piena di insidie e pericoli ma solo quando servono a Zampa di Giaguaro per eliminare i nemici che lo inseguono. Anche rispetto alla rappresentazione della violenza, Gibson sceglie un atteggiamento ambivalente: a volte ne sottolinea insistentemente il lato più grandguignolesco, a volte sembra volerne mascherare le componenti più repellenti con ingiustificate evoluzioni della macchina da presa. Rivelando quello che si era già ben capito con La passione di Cristo, e cioè che scopo di queste operazioni non è tanto raccontare una storia quanto imporre a chi guarda la forza di un ricatto emotivo. Il problema è come sottrarsi a questo ricatto, che spesso viene mascherato dietro (finte) ambizioni artistiche e (possenti) campagne promozionali. La censura italiana non l'ha fatto e la cosa è talmente abnorme che, dagli esercenti al ministro, tutti hanno lanciato appelli a un 'volontario' autodivieto ai minori di 14 anni. Il problema è che sfortunatamente non esistono nemmeno leggi contro i film in mala fede. Perché 'Apocalypto' non solo sfrutta bassamente l'ambigua forza spettacolare della violenza ma in questo modo cerca di farsi gioco anche dell'intelligenza dello spettatore." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 5 gennaio 2007)

"Dopo aver trasformato in 'The Passion' la Via Crucis dei Vangeli in un film dell'orrore, adesso Mel Gibson se la prende con i Maya, evidentemente attirato da quei loro costumi efferati documentati peraltro dalla storia. Volendo ancora una volta dimostrarsi autentico (e realista) come in 'The Passion', i personaggi li aveva fatti esprimere in aramaico qui li ha indotti a parlare nella lingua Maya Yucateco che non è morta del tutto perché, nello Yucatan, dove l'azione si ambienta, la parlano ancora varie migliaia di persone. Questa azione, con il contributo di un iraniano con studi a Londra, Farah Safinia, qui al suo esordio, l'ha costruita secondo i modi classici con cui Hollywood affronta i film catastrofici. (...) Risultato? La fedeltà storica è certamente rispettata (perfino con quel blu con cui sono dipinte le vittime sacrificali), ma il gusto è troppo spesso violato; per eccessi che tutto lacerano, alternati del resto, per un altro verso, a stasi e a lentezze mal governate. I protagonisti, anche se, quasi tutti, esordiscono al cinema, hanno già avuto spazi in altri tipi di spettacolo, sia se indiani Comanchi, il 'buono', sia se messicani truccatissimi, 'i cattivi'. Per convincere, comunque, ce la mettono tutta." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 gennaio 2007)

"Violento sì, e parecchio: ma non più del vecchio 'Predator', meno di molti horror. Lo sguardo di Mel Gibson è manicheo: il protagonista è bello e buono, ha solo un piercing e qualche tatuaggio, mentre i nemici indossano armature di mandibole umane. Soprattutto, il giovane ha imparato da papà a seguire le leggi della natura, e la natura lo aiuterà. Invece i suoi persecutori costruiscono palazzoni, celebrano sacrifici umani, vivono tra nani e ballerine. Quanto ai conquistadores, la Storia c'insegna che saranno ancor più cattivi." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 5 gennaio 2007)
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