Anni ribelli

ITALIA - 1994
Buenos Aires, 1955. La sedicenne Laura Lojacono ha il suo da fare per tenere lontani i primi corteggiatori e sopportare l'astio dispotico ed ossessivo del padre, il sarto siciliano Francesco, che, oltre al fumo, non disdegna le uscite serali per bere e giocare a biliardo con gli amici. A scuola la sua amica è Roberta, con la quale parla di lettura, di ragazzi e anche di politica: Laura, che scrive poesie, ama recitare e sogna ad occhi aperti colloqui con un amato immaginario, è abbastanza conformista, mentre Roberta e Dora Dalmonte, l'insegnante di letteratura che Laura ammirava molto, sono di sinistra. Assieme vivono la nonna, la zia materna Francesca e due cugine. Un amico di Dora, Aldo, giovane e facoltoso avvocato, fa "breccia" nel cuore sensibile e nello stesso tempo diffidente della ragazza, che ha con lui il primo rapporto d'amore e le prime discussioni su problemi politici del paese. Gli eventi precipitano: il padre è ammalato di tumore ai polmoni, e ben presto non è più in grado di lavorare, anche se continua a manifestare una sconcertante durezza con la figlia, con la quale gioca a domino ed ha dei bruschi approcci affettuosi, subito vanificati da uno successivo sgarbo o da palesi violenze psicologiche, come quando le brucia le foto degli attori preferiti ed i libri. Al golpe e alla destituzione di Peròn, segue la drammatica morte del padre, cui assiste Laura impotente, vestita con i suoi abiti, mentre, in un disperato bisogno di appropriarsi della sua figura, lo stava imitando quando giocava a domino con lei. Dora parte per la Francia, mentre Aldo forse farà un viaggio in Sudamerica. Laura, che si è data un appuntamento a Parigi con Dora e Roberto nel futuro, manifesta però l'intenzione di riscoprire per prima cosa le sue radici italiane.

CAST

CRITICA

"Dolce e crudele, 'Anni ribelli' è un film onesto (si tratta di una co-produzione italo-argentina), ben calibrato (forse troppo) nell'equilibrio delle passioni, interessante dal punto di vista femminile, per molti versi percorso da una vena malinconica introversa. Peccato che talvolta la regia, preoccupata di trattenere emozioni e cinema, si adagi con rassegnazione a tentazioni televisive, a ritmi e richiami da sceneggiato tv. Ma brava e bella è l'esordiente Leticia Bredice e Massimo Dapporto molto misurato e implosivo nel ritrarre un padre confuso e sfortunato." (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 5 maggio 1995)

"I modi di rappresentazione sono diligenti, anche se, più che al linguaggio del cinema si ispirano a quello degli sceneggiati tv, e li sostiene una bella fotografia dai colori quasi sempre sul marrone (dell'argentino Juan Carlos Lenardi) capace di evocare climi non di rado anche riarsi con indubbia intensità. Fra gli interpreti si impone soprattutto Massimo Dapporto, nel disegno di quel padre siciliano chiuso in sé stesso fino ad esser torvo e pronto quasi con moti gelosi, a contendere alla figlia qualsiasi velleità di sottrarsi alla cerchia familiare. La figlia è l'argentina Leticia Bredice: tesa ma con accenti composti." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 4 maggio 1995)

"Appassionata, sensibile, intelligente, raccontata in stile convenzionale e produttivamente ben realizzata, è la storia della formazione d'una adolescente di famiglia siciliana emigrata a Buenos Aires, condensata in quell'anno 1955 che fu l'ultimo del primo governo Perón: gli scontri con la famiglia, l'amore per l'arte e l'ambizione di recitare, l'ammirazione per una insegnante che aiuta a capire il mondo e a maturare, l'amicizia, le feste da ballo, la scoperta del proprio corpo e della propria capacità di seduzione la rivelazione della politica nella contrapposizione peronisti-comunisti, le insofferenze e le sfide, la sensualità." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa',10 giugno 1995)
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