Alps

Alpeis

GRECIA - 2011
4/5
Alps
Alps è il nome di un gruppo di quattro persone (un'infermiera, un paramedico, una ginnasta e il suo allenatore) che offrono, dietro pagamento di un'elevata cifra, un supporto particolare alle famiglie che hanno perso i propri cari. In un clima di annullamento totale delle loro personalità, gli Alps rimpiazzano i defunti nelle attività quotidiane, ne ripetono gesti e abitudini e ne rinsaldano i legami con chi li circonda, in modo da non far pesare la loro assenza. Tuttavia essere parte del gruppo comporta il rispetto di rigide regole da seguire e un prezzo molto alto da pagare: se ne accorgerà l'infermiera, per la quale ritornare alla propria vita non sarà un'operazione semplice.
  • Durata: 93'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:2.35)
  • Produzione: ATHINA RACHEL TSANGARI E YORGOS LANTHIMOS PER HAOS FILMS IN COPORODUZIONE CON ERT, FALIRO HOUSE PRODUCTIONS, FEELGOOD ENTERTAINMENT, MARNI FILMS, AVION FILMS, CHRISTOS VOUDOURIS, MAHARAJA FILMS
  • Distribuzione: PHOENIX INTERNATIONAL FILMS (2016)
  • Data uscita 28 Dicembre 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Un'infermiera (Aggeliki Papoulia), un paramedico, una ginnasta (Ariane Labed) e il suo allenatore. Quattro attori, anzi, quattro autori in cerca di un personaggio, che ad hoc hanno creato un servizio a pagamento: sostituire i morti. Assunti da parenti, amici e colleghi, impersonano i cari estinti: l'infermiera una tennista, sempre l'infermiera e l'allenatore il marito di una anziana non vedente e la sua amante…
La compagnia si denomina Alpi, e il perché lo spiega il capo, Monte Bianco: le Alpi possono sostituire tutti gli altri monti, ma nessuno può sostituirle. Accadrà l'esatto contrario, e il percorso è speculare a quello del precedente Dogtooth, premiato dal nostro Paolo Sorrentino al Certain Regard di Cannes 2009: dalla verità alla menzogna, da una vita vera a un'esistenza per interposta persona. Fittizia, e per volontà confessa.
Tenetelo a mente: il film è Alps, in concorso a Venezia 68, il regista è il greco Yorgos Lanthimos. Che ha un'idea di cinema, eccome: l'azzurrino ospitalizzato e un giallo che non scalda a (de)colorare le immagini, la macchina da presa a cercare stilisticamente la verità negata dalla storia, la denominazione d'origine controllata-– siamo in Grecia, potremmo essere altrove - sostituita dal paradigma fesso della nostra contemporaneità. Perché parlare di verità e menzogna, realtà e finzione significa chiamare in causa la società dello spettacolo, lo star-system e le sue scorie democratiche: Alps è insieme un film metacinematografico e un apologo sulla (in)cultura dell'immagine, che si chiede se Prince sia morto e possa essere rimpiazzato, si ferisce sull'addome per ritrovare Bruce Lee, e parla e straparla di attori, di Hollywood e celebrità.
Sarebbe piaciuta a Guy Debord questa messa in scena dell'osceno, gli sarebbero piaciuti questi quattro balordi post-tutto  e post-niente, che fanno la versione 2.0 del simulacro: copia di un originale non già mai esistito, ma da loro mai conosciuto. Il rischio aporia è lapalissiano, tant'è: l'infermiera si presta a  tradire la vecchia superstite, ma come si può tradire (leggi replicare  a soggetto) un tradimento? Appunto, il replicante va in tilt: prima si porta a letto il vero fidanzatino della sua tennista – per giunta, la ginnasta gliela frega… – e lo spaccia come il proprio, poi non richiesta cerca di sostituirsi all'amante del padre, infine sostituisce il padre ballando da marionetta impazzita con la sua amante. Di tutto e di più, di tutto e di niente. Monte Bianco le rompe la testa (violenza di sistema, correzione in rosso-blu, rettifica meccanica, quel che volete), e non fa una piega, anzi, certifica: lei è già un disco rotto. Viceversa, Alps si issa su vette cinematografiche di assoluto rilievo, mentre la ginnasta può danzare finalmente “qualcosa di più pop”...

NOTE

- OSELLA PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA ALLA 68. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2011).

CRITICA

"(...) un racconto forte, fin troppo ricco di metafora incapace di reggere la folle spinta iperrealista. (...) Tutto è regolato, nulla lasciato al caso come accadeva a Colin Farrell trasformato in aragosta: il bellissimo spunto, che contiene in sé tutta l'impotenza della Grecia di oggi, non riesce a trasformarsi in poesia ma solo in un cinema autoreferenziale, da festival, paradossale e assurdo che purtroppo non disturba, esagerando le distanze con la platea e senza mai tentare l'emozione vera." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 29 dicembre 2016)

"(...) Lanthimos (...) il senso lo fa letteralmente a pezzi. Dominano lo smarrimento identitario, la violenza latente e un cinismo che tratta la morte alla stregua di una merce come qualsiasi altra. Interessante. Ma poi - chissà perché? - la sceneggiatura (...) si focalizza su Monte Rosa trascurando personaggi potenzialmente più interessanti di lei." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 29 dicembre 2016)

"I cinéfili puri e duri trovano pane per i loro denti colluttando con Lanthimos, che ha recentemente seminato entusiasmi e ripulse in parti uguali con «The Lobster» . Sarà tanto più difficile per i non iscritti al club dei fan destreggiarsi con «Alps» (...) un'altra minacciosa e grottesca allegoria sull'assurdità del vivere e del sopravvivere: oscuramente motivato nell' approccio, comodamente foderato dallo stile «da festival», tanto corrucciato da sembrare paradossalmente ironico, il demiurgo immagina che alcune persone provenienti dalle più svariate professioni si riuniscano in una sorta di compagnia teatrale e poi si trasformino, dietro compenso dei familiari, in attori disposti a recitare la parte dei defunti. Un'idea macabra, eppure inquietantissima (...). Straniante, compiaciuto, disperato, il cinema di Lanthimos arriva sempre alle porte di un grande risultato, ma poi arretra sconfitto dalla pretensione: le formule, insomma, prendono puntualmente il sopravvento su una vera, ancorché astratta o metaforica, connessione drammaturgica. Un aspetto in ogni caso interessante è costituito dal cast che, sballottato nel gioco delle smorfie, i gesti, le provocazioni e le «possessioni», dà persino l'impressione di volere forzare la meccanica relazione tra i personaggi vivi e morti voluta dal talentuoso quanto sopravvalutato regista greco." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 29 dicembre 2016)

"Lathimos accentua il livello di alienazione giocando su inquadrature a distanza e su un brechtiano utilizzo degli attori; e il kammerspiel gronda al contempo di infelicità e ironia, ma al contrario che nel riuscito 'The Lobster', qui l'insieme risulta troppo voluto, cerebrale e monotono." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 29 dicembre 2016)

"'Alps' è il quarto lungometraggio, datato 2011, del geniale surrealista greco Yorgos Lanthimos (...), regista in grado di ricordare il Buñuel più accessibile, divertente e commerciale de 'Il fascino discreto della borghesia' o 'Il fantasma della libertà'. Non si fa quasi in tempo a capire bene cosa sta succedendo (il contenuto è assurdo ma lo stile è sobrio) che l'avventura volge al termine non prima però di essere passati da un gelido sguardo onnicomprensivo (i surrealisti odiano intimità e psicologismi) a un lentissimo zoom che ci permette di avvicinarci di più all'infermiera paziente, di fatto protagonista nel finale (splendida Angeliki Papoulia, già star per Lanthimos nel film che lo rivelò nel 2009, ovvero 'Kynodontas', alla lettera 'Canino', nel senso di dente). Siamo ammirati da questi cineasti greci quarantenni (anche l'Alexandros Avranas di 'Miss Violence') ambiziosi e spietati." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 29 dicembre 2016)

"Spiacerà non tanto perché brutto film quanto perché buttato sul mercato proprio a fine d'anno, da una distribuzione animata evidentemente da propositi filmicidi (l'habitat naturale era quello delle sale d'essai). Va bene non si vive solo di panettoni, ma di cercare un'alternativa di spessore culturale c'è modo e modo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 29 dicembre 2016)

"Lo spunto inquietante e fantascientifico viene svolto dal regista Yorgos Lanthimos con uno stile ellittico e sfuggente, che spiega poco e provoca molto (anche se una cosa è inequivocabile: la forte carica di misantropia che traspira da ogni scena, ai limiti del sopportabile), che lascia lo spettatore con tutti i suoi dubbi e le sue domande. E che alla fine ottiene il risultato di irritare e respingere (un collega francese lo ha definito giustamente un 'film autistico') più che inquietare." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 4 settembre 2011)

"Anche se nessun blockbuster americano potrà mai permettersi le folli libertà di 'Alps' (concorso), del greco Yorgos Lanthimos. Una specie di anatomopatologo della vita famigliare che sviluppa con rigore un'idea nemmeno troppo paradossale. Immaginando che una squadra di strani specialisti, riuniti in una società segreta, si prenda cura dei parenti dei defunti... sostituendoli il tempo necessario a superare il lutto. In un susseguirsi di episodi grotteschi o allarmanti di cui intuiamo il senso solo verso la fine, perché Lanthinos e i suoi attori sono molto bravi a imbrogliare le carte. Insinuando anche il sospetto che quelle zelanti «personificazioni» celino il vuoto di identità dei protagonisti e forse di un'intera società." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 4 settembre 2011)

"'Alps' del genietto Yorgos Lanthimos è da Leone d'oro, con dei balordi che si sostituiscono ai defunti per lenire il dolore dei superstiti. Qualcuno evoca la crisi greca." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 4 settembre 2011)
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