Al diavolo la morte

S'en fout la mort

FRANCIA, GERMANIA OCCIDENTALE - 1990
Al diavolo la morte
Due uomini di colore - Jocelyn venuto in Francia dalle Antille e Dah - vivono a Parigi importando di nascosto galli da combattimento. Pierre Ardennes, proprietario di un ristorante parigino, ha messo su nel retro un ambiente frequentato da accaniti scommettitori clandestini. Jocelyn e Dah sono a percentuale, mentre la bionda Toni, moglie di Pierre e il figlio Michel si occupano del bar. Jocelyn, che è l'addestratore dei galli, tipo introverso e di rarissime parole, si innamora della donna del suo capo. Intanto il gestore impone l'applicazione di affilate lamette di acciaio agli speroni dei combattenti, allo scopo di far aumentare le puntate. Ma Jocelyn si ribella, considerandolo una deformazione cruenta del combattimento, che per lui fa parte di antichissimi rituali, in più è geloso di Michel e della ambiguità dei suoi rapporti con Toni. Nell'ultimo combattimento, Jocelyn mette sul ring, anziché il gallo prediletto, ormai sfinito, che si chiama "'Al diavolo la morte", una bianca e combattiva gallina cui ha dato il nome di Toni. Ma subito dopo Michel lo affronta e lo uccide. Il fedele amico Dah, inviando al vecchio padre la salma e il denaro guadagnato da Jocelyn in Francia, torna anche lui nel paese natìo.
  • Altri titoli:
    Scheiss auf den Tod
    No Fear, No Die
    Tödliches Ritual
  • Durata: 85'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICO, EASTMANCOLOR
  • Produzione: CINÉA, N.E.F. FILMPRODUKTION UND VERTRIEBS GMBH (I)
  • Distribuzione: MIKADO FILM - GENERAL VIDEO, CECCHI GORI HOME VIDEO (GLI ORI) (1991)

NOTE

- VINCITORE DELL'OSELLA D'ARGENTO PER IL MIGLIOR MONTAGGIO ALLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 1990.

CRITICA

"Dicevamo delle ragioni che rendono 'S'en fout la mort' un film da ricordare: lo spazio scenico, ad esempio. Primi o primissimi piani di uomini nascosti al nostro sguardo e seguiti dalla steady-cam, inquadrature oblique, prospettive sfuggenti verso l'alto e verso il basso per moltiplicare i piani e approfondire il campo dentro i ristretti interni adombrati da una gamma di colori densi e cupi che vanno dal marrone, al rosso, al verde scuro, al nero. Fuori, la squallida banlieu parigina irta di superstrade, svincoli, passerelle, edifici e segnali del dopo-che-ci-gettammo-su-petrolio-ferro-e-ammoniaca. E a dieci anni dalla morte di Bob Marley, cantore dell'utopia della redenzione nera, da non dimenticare la sua 'Buffalo Soldier' che accompagna i titoli di testa e al cui ritmo di trascinante reggae, forse, si compie nell'inquadratura finale la fuga (tra le nuvole riflesse sul finestrino del taxi che corre via) di Dah verso l'emancipazione dalla schiavitù, questa volta della mente." ('Segnocinema')

"Ma un gallo per metafora forse è troppo anche per una giovane regista di talento, che al secondo film ha già imparato a fare del proprio stile una maniera, con qualche eco 'à la façon de'; così, nonostante le atmosfere del noir francese - ghigni malavitosi, gerarchie dei bassifondi, belle fedifraghe avvinte al collo dei boss - e la spigliata secchezza di montaggio di quello americano, si rimpiange tanto spreco di combustibile emotivo per un lampo annunciato che quando arriva è già freddo. E si finisce per guardare il film come un buon documentario su un'atroce cattività, sia di uomini che di galli." ('Vivilcinema')
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