A testa alta

La tête haute

FRANCIA - 2015
3/5
A testa alta
Abbandonato dalla madre quando aveva sei anni, Malony entra ed esce dal tribunale dei minori. Attorno a questo giovane allo sbando si forma una famiglia adottiva: Florence, un giudice minorile vicino alla pensione, e Yann, un assistente sociale a sua volta reduce da un'infanzia molto difficile. Insieme seguono il percorso del ragazzo e tentano testardamente di salvarlo. Poi Malony viene mandato in una struttura correttiva più restrittiva, dove incontra Tess, una ragazza molto speciale che gli dimostrerà che ci sono motivi per continuare a sperare.
  • Altri titoli:
    Standing Tall
  • Durata: 119'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: SCOPE
  • Produzione: LES FILMS DU KIOSQUE, IN COPRODUZIONE CON FRANCE 2 CINÉMA, WILD BUNCH, RHÔNE ALPES CINEMA, PICTANOVO
  • Distribuzione: OFFICINE UBU
  • Data uscita 19 Novembre 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Malony è un bambino problematico. La madre (Sara Forestier) lo abbandona all'età di sei anni, lasciandolo ad un avvenire caratterizzato dalle continue decisioni del giudice minorile (Catherine Deneuve). Ormai adolescente, Malony (Rod Paradot) rifiuta qualsiasi convenzione sociale, la sua rabbia è impossibile da contenere, la sua esistenza perennemente in bilico tra una libertà ingestibile e la reclusione di centri di recupero e carceri minorili. La speranza di un domani migliore è nelle mani del giudice che l'ha visto crescere, di un assistente sociale che nel ragazzo rivede la sua adolescenza problematica (Benoît Magimel) e di una coetanea (Diane Rouxel) che, senza alcun preconcetto, saprà amarlo.
Il 68esimo Festival di Cannes ha aperto - Fuori concorso - con La Tête haute di Emmanuelle Bercot (seconda regista donna nella storia ad inaugurare la kermesse transalpina), romanzo di formazione che si inserisce nel già profondo solco tracciato dalla cinematografia francofona, quello abitato dai vari Truffaut, Bruno Dumont, i fratelli Dardenne, esempi altissimi verso i quali è impossibile non relazionarsi quando si tratta di accostare la macchina da presa al disagio e alle difficoltà del mondo giovanile.

Scritto dalla regista (anche attrice al Festival in Mon roi di Maïwenn, nelle nostre sale dal 3 dicembre) insieme a Marcia Romano, il film sfrutta abilmente la vis del suo protagonista, davvero credibile nel saper rendere il caos di un individuo abbandonato dagli affetti ma al tempo stesso incapace di "restituire" qualcosa a chi, in tutti i modi, cerca di tendergli una mano. La Bercot prova a tradurre questi continui, incostanti moti dell'animo, accompagnando il racconto con martellanti sonorità rap intervallate dalla quiete di una più rassicurante melodia (il Trio op. 100 di Schubert), presente in almeno tre-quattro momenti di raccordo, quasi a sospendere - almeno per qualche secondo - l'inesorabile nuova caduta di Malony. Per il quale il passaggio all'età adulta sarà forzato e inevitabile: una nuova vita che apre alla speranza ma che, allo stesso tempo, conduce alla scelta forse un po' forzata di escamotage narrativi vagamente "consolatori".
Il ragazzo è chiamato dunque al cambiamento, lo stesso in nome del quale il Festival di Fremaux ha deciso di non affidare l'apertura a film patinati e glamour (vedi Grace di Monaco lo scorso anno...): per tentare un cammino a Testa alta.

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: CANAL +, FRANCE TÉLÉVISIONS, CINÉ +; IN ASSOCIZIONE CON: SOFICINÉMA 10, MANON 5, PALATINE ÉTOILE 11, SOFITVCINÉ 2; CON IL SUPPORTO DI: RÉGION RHÔNE-ALPES, RÉGION NORD-PAS DE CALAIS, PALATINE ÉTOILE 11 DÉVELOPPEMENT, MANON PRODUCTION 4, PROCIREP, ANGOA.

- FILM D'APERTURA, FUORI CONCORSO, AL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015).

CRITICA

"Chissà se 'A testa alta' sarebbe piaciuto a Truffaut. Si, probabilmente. La sensibilità contenuta nel film diretto dalla regista e attrice Emmanuelle Bercot deve sicuramente qualcosa allo sguardo di Truffaut. (...) la forza del film (...) sta nel delicato equilibrio dell'osservazione. Nulla è semplicistico, univoco, mai una scorciatoia buonista o cattivista, mai una soluzione narrativa ovvia o affrettata. Malony è un teppista sfrontato ma anche un ragazzo capace di profondità e autenticità; la madre immatura e inaffidabile intrattiene con lui un legame probabilmente sbagliato ma tenace; l'assistente sociale Yann, che proviene da un percorso forse molto simile a quello di Malony e riscattato nel duro lavoro su se stesso, ha tutte le impazienze e le debolezze umane; e la giudice Deneuve vive il proprio compito con la responsabilità del dovere anche quando l'esercizio di questo è pesante e sgradevole, ma contemporaneamente con l'intensità emotiva di una madre che vuole bene al suo 'ragazzo selvaggio'." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 19 novembre 2015)

"(...) un film che celebra al meglio i valori della Francia repubblicana, messi radicalmente in crisi in questi giorni: giustizia, educazione, responsabilità occuparsi dei propri giovani in senso lato per evitare di trovarsi all'improvviso dei delinquenti o, appunto, potenziali terroristi (non a caso nei molti istituti correzionali a cui Malony viene assegnato è spesso l'unico «francese» non nero o arabo e per questo accusato dagli altri di beneficiare di maggiori indulgenze). Diciamo il sentimento (reazionario) «giusto» delle unità nazionali: polizia, prigione che a piccole dosi fa anche bene per imparare i veri valori della vita. E famiglia naturalmente compreso un violento attacco all'aborto che i figli fanno solo bene pure se non hai lavoro e hai ancora molti problemi aperti. Il film ci crede «davvero» anche perché nonostante il riferimento esplicito al cinema dei fratelli Dardenne, Bercot non lavora come i due registi belgi sulle nuance ma illustra la sceneggiatura in modo meccanico e artificioso, senza aprire nella sua narrazione alcun margine di ambiguità. E non respira neppure della critica alla Loach a proposito di madri borderline e istituzioni. Siamo più dalle parti di certa fiction tv, Bach dispiegato a profusione in ogni scena madre i personaggi vengono utilizzati come dimostrazioni di una tesi: da una parte l'ambiente borderline del ragazzo Malony - attore intenso, il giovanissimo Rod Paradot - dall'altra le istituzioni comprensive, illuminate, che vanno in crisi quando sbagliano anche se, ovviamente, il solo a picchiare Malony sarà il suo tutore - Benoit Magimel - che viene dallo stesso mondo, redento a sua volta da giudici e carcere. Tutto è molto chiaro, netto, esattamente come ci si aspetta, rassicurante nel celebrare (con molta convinzione) la fiducia alle istituzioni di cui c'è molto bisogno (qualcosa si è rotto radicalmente ma non nella visione di Bercot). Che poi ci sia altro, che poi i figli come dice il personaggio di Magimel non possono essere una soluzione né un progetto, che tutti sono buonissimi dalla parte delle istituzioni - salvo una preside che non prende Malony a scuola e il procuratore che spinge per la prigione ma forse aveva ragione lui visto che al ragazzo giova - non conta. Il film non interroga né si interroga. Svolge la funzione: rappresentare una parabola «educativa» perfetta." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 19 novembre 2015)

"(...) storia anche sincera, documentata e appassionata, ma raccontata come una paternale (...) Catherine Deneuve: diva e divina, illumina le inquadrature, recita come respira. Avercene. Non c'è molto di più, salvo l'odore, un filo stantio, di gioventù bruciata e la presenza scenica - e il sicuro avvenire - del protagonista Rod Paradot: bello, bravo e arrabbiato, se Xavier Dolan lo nota ne fa il suo Antoine Doinel. Per il resto, la solita teoria di famiglie disastrate, storture scolastiche, leggi punitive e riscatto personale: non si uccidono così anche le teste calde?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 19 novembre 2015)

"Piacerà a chi troverà indovinato il modo con cui la regista Bercot è riuscita a innestare un tono misuratamente melodrammatico tra le pieghe della rievocazione di una storia vera. Troppo mélo invece per alcuni critici che l'hanno legnato a Cannes." (Giorgio Carbone, 'Libero', 19 novembre 2015)

"Ai meno giovani il film, tutto sommato passabile, farà di certo venire in mente il "Cani perduti senza collare" con Jean Gabin. La Deneuve merita la pensione. Nella finzione, ovvio." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 19 novembre 2015)

"Apertura controcorrente quest'anno a Cannes: 'La tête haute' (A testa alta) di Emmanuelle Bercot è un film anti spettacolare (nonostante la presenza di Catherine Deneuve), socialmente impegnato e, in sintonia con il rinnovato spirito repubblicano post Charlie, dichiaratamente 'pedagogico'. (...) Il film non fa sconti né alla rabbia di lui né alle fatiche di chi lo segue, evita sapientemente le «scene madri», racconta gli scontri tra la ragionevolezza degli adulti e la ribellione del giovane, è sincero nel raccontare situazioni complesse e difficili (lo zio della regista era giudice dei minori e dietro il film c'è un lungo lavoro d'inchiesta e di ricerca) ma la sua carica positiva rischia di soffocare lo svolgimento del film, piuttosto prevedibile nel suo percorso di lotta per il riscatto, tra madri assenti e leggi punitive." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 14 maggio 2015)

"(...) è soprattutto un film di attori. (...) La morale è edificante, forse troppo; la sceneggiatura articola il susseguirsi delle azioni in modo (decisamente troppo) dimostrativo. Lo stile realistico di regia fa pensare subito ai fratelli Dardenne, pedinando i personaggi fino al lungo, virtuosistico piano-sequenza finale. Detto ciò, Catherine Deneuve è più che mai la madre nobile del cinema francese; Benoît Magimel si conferma uno degli attori europei più versatili e i due ragazzi, che si chiamano Rod Paradot e Diane Rouxel, sono una scelta perfetta di Emmanuelle Bercot, narratrice di storie di giovani e giovanissimi che sa far parlare i loro corpi di amore e rabbia, frustrazione e speranza." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 14 maggio 2015)

"(...) una imperiale Catherine Deneuve (...) un film sociale duro e forte, di quelli che si giocano tutto sulla credibilità, il ritmo interiore (nel corso di 'La tête haute' Malony passa dai 6 ai 18 anni, trasformandosi senza sosta), e soprattutto la capacità di sospendere il giudizio. (...) Con un materiale simile era facile cadere nella retorica della denuncia, nel ricatto del melodramma o viceversa nell'horror sociologico gratuito e compiaciuto. L'attrice e regista Emmanuelle Bercot, già sceneggiatrice del notevole 'Polisse', altro film che fece discutere per lo sguardo molto partecipe gettato sul lavoro delle forze dell'ordine, dribbla questi rischi concentrandosi su Malony, le sue difficoltà, i suoi slanci, le sue paure inconfessate. È al suo punto di vista, per scomodo che sia, che siamo chiamati a aderire. Mentre gli altri personaggi gli orbitano intorno fin dalla prima scena, e tocca a noi intuire poco a poco chi sono, cosa li motiva, perché fanno un lavoro così sfibrante (come il sempre formidabile Benoît Magimel, l'educatore che lo segue giorno per giorno, che scopriremo avere un passato assai simile al suo). (...) Non un grande film, la regia è solida ma mai geniale, piuttosto un grande soggetto, che potrebbe ispirare non una ma almeno un paio di serie sfruttando i personaggi collaterali. Visti i tempi, una scelta giusta per l'apertura." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 Maggio 2015)

"È all'insegna della speranza, della risoluzione dei conflitti e dello sguardo rivolto al futuro che si apre il Festival di Cannes, inaugurato dal film di Emmanuelle Bercot, 'A testa alta'. Versione meno violenta e disperata di uno dei lavori che più avevano entusiasmato nella scorsa edizione, 'Mommy', del canadese Xavier Dolan (...). Ne emerge un ritratto affettuoso nei confronti di quei giovani che, danneggiati da famiglie disastrate, un sistema scolastico inadeguato e povertà, non riescono a darsi una chance. Ma in un momento in cui è così facile puntare il dito contro il fallimento delle istituzioni, il film è anche un omaggio a quegli uomini e quelle donne che nonostante uno stipendio da fame e l'ingratitudine sociale decidono di dedicarsi con amore e pazienza a tanti giovani perduti, nel nome del diritto all'educazione." (Alessandra De Luca, 'L'Avvenire', 14 maggio 2015)

"(...) Bercot (...) stavolta sceglie soltanto di dirigere l'ordine e il traffico delle sequenze lungo la selvaggia educazione esistenziale di Malony. (...) Macchina a mano, urla, sofferenze, liti, pestaggi, rancori e disperazione: tutto già passato sullo schermo. E meglio. 'La tête haute' è un bozzolo che non si schiude mai alla farfalla, ma rivela un cuore consolatorio dai battiti scontati e solo il prodigarsi di Rod Paradot, Catherine Deneuve, Benoît Magimel e Sara Forestier trova quel registro scattante di interpretazione che la regia insegue invano." (Natalino Bruzzone, 'Il Secolo XIX', 14 maggio 2015)
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