The Place

Paolo Genovese traduce in film la serie The Booth At The End: non è cambio di destinazione d'uso, ma peccato mortale

4 novembre 2017
2/5
The Place

Qualcuno ha visto The Booth At The End, la serie tv del 2010 diretta da Christopher Kubasik e interpretata da Xander Berkeley? L’adattamento italiano cambia la destinazione d’uso: non più serie, ma film, The Place, diretto da Paolo Genovese.

Reduce dal successo di Perfetti sconosciuti, il regista fa il passo più lungo della gamba o, meglio, sbaglia strada. Perché? Lo suggerisce la sinossi stessa: un misterioso uomo siede sempre allo stesso tavolo di un ristorante, pronto a esaudire i desideri di otto visitatori in cambio di missioni da svolgere. Bene, le missioni sono toste, tostissime, si va dal piazzare una bomba in un bar all’uccidere un bambino, e altrettanto gravosi i motivi che spingono questi disperati dall’uomo misterioso: un figlio malato di cancro, un marito preda dell’Alzheimer.

Il problema, si capisce, è la durata – meno di due ore – del film stesso, ovvero l’agio che concede a questi personaggi, e dunque agli spettatori, per palesare le proprie ragioni, il proprio rovello. Poco, comunque non sufficiente a elevare questi tormenti, queste disgrazie, che si vorrebbero emendare attraverso l’espletamento di compiti impietosi, dalla lista della spesa, dall’elenco numerato sbattuto in faccia al misterioso uomo e al pubblico insieme.

“Si può fare”, dietro compenso immorale s’intende, è il mantra dell’uomo, ma è solo diegesi: The Place non si poteva fare, se non da serie equivalente all’originale. Così latita il dramma, manca il respiro drammaturgico, quell’ariosità drammaticamente umana, così è solo un iterato e stracco andirivieni di film con i costi tutti sopra la linea (regia, sceneggiatura, interpreti) e, di fondo, un’inappetenza di senso.

Peccato, ma era facilmente intendibile. Volendo evitare spoiler, ci limitiamo a ricordare i protagonisti: l’uomo misterioso è Valerio Mastandrea, Sabrina Ferilli lavora nel bar, gli otto questuanti sono Marco Giallini, Alba Rohrwacher, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Silvio Muccino con Silvia D’Amico, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi e Giulia Lazzarini.

Il migliore, forse per rimandi autobiografici, è Muccino, cult è Alba Rohrwacher che fa la suora, e più non dimandare. This Shouldn’t be the Place

  • Emilia

    Scusi ma l’ignoranza proprio non la reggo: lei non sa di cosa parla! dice che il film è tratto da una serie e che la durata troppo breve è il problema. ma la serie che lei non ha visto e nemmeno si è andato a cercare su wikipedia dura QUANTO IL FILM. forse un quarto d’ora di meno. che ignoranza patetica. ma si vergogni.

  • Ciko10

    Il film fa realmente schifo. Non c è una trama…sceneggiatura da 250 euro…pena totale! Assolutamente sconsigliato

  • fiorenzo

    Una noia mortale e insopportabile : il non racconto è circolare nel senso che non c’sviluppo di alcunché. Cambia il questuante e il costo morale della richiesta , ma tutto è piatto e ripetitivo.Stessa inquadratura , stessa espressione , stessa obiezione : “ma per avere quel che vorrei devo proprio fare quello che chiedi ?”Se potessi anch’io incontrare al bar il satanasso che esaudisce i desideri, gli chiederei di fulminare chi coi nostri soldi finanzia queste ciofeche .Due stelle su cinque ? E’ il massimo del minimo o si possono anche dare stelle col meno?

  • Paola Palumbo

    E’ il peggior film che abbia mai visto, alla fine del film hanno anche detto: ridateci i soldi del biglietto!

  • Roberto Brannetti

    Il film è indirettamente proporzionale,mi spiego,più considerate grandi e bravi gli attori che recitano in questo film è più esso fa schifo,considerando che io reputo gli attori di questo film i più bravi d’Italia lasciò a voi la conclusione…….

  • Fulvio Garlini

    strano al cinema ci sono state le persone che hanno ripagato il biglietto per rivederlo subito un altra volta

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