Suburbicon

George Clooney racconta la provincia e le sue insidie. Integrazione mancata, lo spettro di Trump e... qualche predica di troppo

6 dicembre 2017
3/5
Suburbicon

L’America benpensante e perbenista scopre il suo idillio a Suburbicon, un pacifico sobborgo anni Cinquanta che sembra il paese delle meraviglie. Le villette sono accoglienti, i giardini curati e il pastore si occupa di tutti i suoi fedeli. Nella prima sequenza, questa tranquilla cittadina viene presentata come il paradiso in terra, con uno spot pubblicitario che invita la platea a trasferirsi senza pensarci due volte. La crisi è una bestia feroce che ancora nessuno conosce e il boom economico tiene pieni i portafogli. L’ossimoro è servito e, appena gli abitanti aprono bocca, gli angeli si trasformano in diavoli. Sono tutti molto religiosi, finché rimangono tra i loro simili di razza bianca ma, quando una famiglia di colore decide di stabilirsi in quel mondo “perfetto”, si scatena il delirio. Sembra di rivedere la Charlottesville delle proteste e dell’intolleranza.

Suburbicon è una commedia nera scritta dai fratelli Coen dopo Blood Simple, e portata sul grande schermo da George Clooney, che sfrutta l’occasione per puntare il dito contro l’amministrazione Trump e il dramma del razzismo. A tratti la retorica sembra prendere il sopravvento, specialmente nel finale, ma il ritmo è serrato e la storia non spinge l’acceleratore solo sul problema dell’integrazione.

Il protagonista è Gardner Lodge, un uomo in carriera, sicuro di sé, che condivide la casa con il figlioletto, la moglie su una sedia a rotelle e sua sorella quasi gemella. Julianne Moore le interpreta entrambe, fino a quando, in una tranquilla notte, due uomini aggrediscono i Lodge e uccidono la mamma paralitica. L’improvviso lutto distrugge i Lodge e tutti piangono calde lacrime per tragedia. Ma è solo l’inizio di una lunga discesa agli inferi, dove il conformismo viene messo da parte e il malvagio è costretto a togliersi la maschera. Gardner Lodge, interpretato da Matt Damon, nasconde una terribile verità e forse nessuno a Suburbicon è davvero innocente.

Clooney gioca con un’attualità scomoda e la penna dei Coen lo aiuta a mantenere sempre viva l’attenzione. Si ride, a denti stretti, e il rischio è quello di immedesimarsi nei mostri che camminano per strada. Non esiste un’anima pura a cui rivolgersi. Quindi l’umanità è perduta? Il cinema di Clooney risponde con i pesanti attacchi lanciati da Good Night, And Good Luck e Le Idi di Marzo, ma con Suburbicon sceglie l’ottimismo e rischia di scottarsi con qualche predica di troppo. Le risate intelligenti fanno dimenticare qualche pecca di regia e il divertimento è assicurato. Oscar Isaac nei panni dell’investigatore mandato dalle assicurazioni è irresistibile, e Matt Damon regala alcuni siparietti indimenticabili.

Le atmosfere sono surreali, quasi oniriche, e improvvisamente gli anni Cinquanta non sono più così lontani. Cambia il modo di vestire, ma non quello di pensare. Clooney racconta di una provincia mai nostalgica, che vuole salvarsi dall’esterno senza rendersi conto che l’assassino dorme in quella casetta oltre il porticato. L’oscurità cala su Suburbicon, mentre i deboli di cuore dovranno trovarsi un’altra sistemazione.

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