Spider-Man: Homecoming

L’uomo ragno ricomincia (nuovamente) daccapo, ma la svolta smaccatamente high school e gioiosamente adolescenziale piace

4 luglio 2017
3,5/5
Spider-Man: Homecoming

È vero, come sottolinea non senza una punta di veleno Manohla Dargis sul NYT, che questa è “solo” la terza nuova saga di Spiderman (anzi come vogliono gli yankee: Spider-Man) su grande schermo in 15 anni, ma quello che non dice la caustica firma del più importante giornale al mondo (prima che arrivasse Trump almeno) è che in questi tre lustri c’è stato prima un grande buco nero della Storia e poi un vorticoso salto generazionale.
Una cosa è la versione Raimi dell’Uomo ragno di inizio millennio, con il fumo delle torri gemelle collassate che bruciava ancora occhi e naso, e le grandi responsabilità che seguitavano i grandi poteri, praticamente un assist per una politica estera americana poderosa e sfacciatamente naif, già mezza impantanata nella palude afghana; un’altra è questa rifondazione peterpanesca, segaiola e high school diretta da Jon Watts, successiva a quella di mezzo, incerta e del tutto anonima di Marc Webb con l’ibrido generazionale Garfield, velocemente liquidata.
I tempi sono cambiati, così il clima atmosferico e socio-politico, altra è la committenza per le grandi major, che sono cambiate anche loro perché per la prima volta Spidey torna nell’alveo della Marvel dopo accordo dissanguante con la Sony.

Il super mini eroe può così giocare con gli Avengers, in particolare con Tony Stark/Iron Man e il suo braccio destro Happy (spassosi sia Robert Downey Jr. che Jon Favreau), rispettivamente mentore e padrino del più giovane rampollo della famiglia dei Vendicatori (cui peraltro per ora non appartiene). Mutatis mutandis dunque, nella nuova tela del ragno finiscono cose che quindici anni fa non erano nemmeno pensabili, come l’ovvia considerazione che da un grande potere si possa ricavare in fondo anche un grande sollazzo.
Non che il mondo di oggi sia più presentabile rispetto a quello palesatosi all’alba del terzo millennio, ma di certo questo è un passaggio storico assai bizzarro, dominato da temibili eppure clownesche figure di potere (la nemesi dell’It kinghiano, senza contare che Jon Watts prima di Spidey aveva firmato la regia di un horror intitolato Clown) e da un generale scollamento tra il senso dell’accadere e il sentimento del vivere, quanto più tragico si palesa il primo tanto più velocemente se lo scrolla di dosso l’altro. La generazione nata dopo l’11 settembre è quella che non ha conosciuto lo shock delle Twin Towers in diretta. C’è poco da fare. Non possiede perciò contezza della catastrofe, letteralmente del katà-stréphein, del rivoltare.

Questa generazione, che è oggi quella che alimenta il mercato dei cine-comics un tempo adulti, non può essere rivoltata come la precedente, non conosce apicalità e caduta, ma orizzontalità, corsa in avanti, strappi e scossoni. Una certa spericolatezza del vivere senza vere ribellioni o conseguenze, modellata su una scala di intensità più che di valori assoluti. Ecco lo Spider-Man interpretato da orecchie a sventola Tom Holland, il supereroe adolescente che vorrebbe fare qualcosa non di grande ma da grandi, è un’ottima approssimazione del suo pubblico, un unicum tra i tanti, un ragazzo che dietro le spacconate da decerebrato medio rivendica il diritto ad essere un ragazzo, di godersela un po’, di divertirsi, di usare questo suo superpotere che tanto atterrisce i grandi – che poi è l’adolescenza stessa, no? – con leggerezza.

Questa nuova era foruncolosa della Marvel ci piace perché onestamente di eroi complessati, oscuri e ambigui non ne potevamo più, insomma per quello ci sono gli adulti veri. L’ Homecoming di Spiderman, questo ritorno a casa (con tanto di sigla storica nei titoli di testa), vuol dire soprattutto di una felice regressio a un mood più scanzonato, giocoso e infantile. A una trama da commedia sentimentale, a coreografie da parco giochi, a crucci che strappano un sorriso, a villain tutto sommato umani, come l’avvoltoio impersonato con grande ironia da Michael Keaton, che al cinema era stato già Birdman e già Batman.
Ed è proprio al Pipistrello di Burton di fine anni ’80, a quel fumettone anarchico e allegro da tempi sganasciati, che abbiamo pensato vedendo il nuovo vecchio Spider-Man. Non so voi, ma a noi già così sembra un gran bel complimento.

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