Bigfoot Junior

La bestia diventa formato bambino, per un'animazione destinata massimo agli under 12. Con molte peripezie action, ma poche novità

11 gennaio 2018
2/5
Bigfoot Junior

Nell’anno dei mostri (dentro e fuori il grande schermo), di The Shape Of Water che trionfa al Festival di Venezia, e di Guillermo del Toro che dal palco afferma di cercare la bellezza anche nell’oscurità, non poteva mancare un cartone animato su Bigfoot, cugino alla lontana dello Yeti. La leggenda narra che abbia le sembianze di una scimmia di grandi dimensioni, con un pelo molto lungo e piedi enormi. Naturalmente nessuno ne ha mai confermato l’esistenza, anche se gli avvistamenti si moltiplicano e a tutti piace credere nel mito. Il cinema lo ha spesso ricordato, dal colorato Monsters & Co. (per rimanere in tema) a Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan, quando la sua foto segnaletica compare tra i possibili sospettati di un crimine. Ma i poliziotti non lo hanno mai catturato.

In Bigfoot Junior la bestia diventa formato bambino, e si trasforma in un padre amorevole costretto a nascondersi nella foresta. Ha dovuto abbandonare suo figlio Adam quando era ancora in fasce, perché una multinazionale dei capelli lo inseguiva. Il cattivone di turno è un signore distinto, sempre vestito di bianco, che cerca la formula perfetta per sconfiggere la calvizie e garantire ai suoi clienti una capigliatura da urlo. Addio alle parrucche: lunga vita ai ricci selvaggi, alle creste da punk e ai tagli alla moda.

 

Adam pensa che suo padre sia morto molti anni prima e vive con la testa fra le nuvole, mentre i bulli lo prendono di mira e gli insegnanti non lo comprendono. Si siede sempre in fondo alla classe e pensa che le ragazze siano degli animali misteriosi, a cui è meglio non avvicinarsi. L’incontro con il mitico Bigfoot cambierà per sempre le sue giornate.

Il film è un classico esempio di animazione da non proporre a chi ha già compiuto più di dodici anni. Non ci sono novità, ma solo un mix di generi che spaziano dall’action movie americano alle peripezie targate Disney in stile La gang del bosco. Dell’opera Pixar mancano il budget, la cura per i particolari e la profondità dei temi trattati. La crisi adolescenziale e la ricerca delle proprie origini sono ormai onnipresenti, e forse servirebbe uno spirito più fresco per raccontarli anche a un pubblico maggiorenne.

Ben Stassen è lo stesso regista de Le avventure di Sammy e del suo sequel (Sammy 2 – La grande fuga), ma qui non riesce a riproporre la stessa leggerezza che, almeno all’epoca, strappava ancora qualche sorriso. Gli unici personaggi veramente riusciti sono la coppia di procioni Trapper e Weecha. Lui è impertinente, pensa di essere il migliore, e poi si rivela solo un incontenibile combina guai. Lei fa credere al marito di poter comandare, ma in realtà controlla la situazione con intelligenza: è Weecha a portare i pantaloni tra gli alberi! Oltre a qualche battuta spiritosa rimane poco, e anche l’orso Wilbur, che fa il verso a Yoghi e Bubu, dovrebbe ritirarsi per il letargo.

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