Ammore e malavita

Trascinante e divertente, i Manetti Bros. fanno centro con il musical partenopeo. Tra Mario Merola e Gomorra, con libertà e omaggi, in Concorso

6 settembre 2017
4/5
Ammore e malavita
Ammore e malavita

C’è un momento, tra i tanti di Ammore e malavita, che spiega meglio di altri chi sono Marco e Antonio Manetti, i Manetti Bros. L’attimo che dà il via, lo snodo narrativo che crea lo scarto tra il prima e il dopo: l’incontro tra Ciro (Giampaolo Morelli) e Fatima (Serena Rossi), lui sicario al soldo di don Vincenzo (Carlo Buccirosso), lei infermiera che ha visto troppo e, per questo, deve essere fatta fuori.

Sulle note di What a Feeling (l’iconico brano di Flashdance) la ragazza inizia a cantare L’amore ritrovato (“… che fine hai fattooo? Addu’ si’ statooo?”…) e con un abile montaggio ritroviamo i due, poco più che bambini, che si tengono per mano nei quartieri, inizio di un grande amore troncato dall’uccisione del padre di lui, evento che lo ha portato poi a diventare quello che è oggi.

Ecco, i Manetti Bros. dimostrano una volta di più, forse ancora meglio che in passato, la propria abilità nel saper attingere a piene mani da più immaginari (cinematografici, televisivi, musicali, letterari) per creare una mescolanza trascinante e divertente, soprattutto originale, in grado di stagliarsi su un’intera cinematografia, quella nostrana, troppo spesso paludata e bloccata da paletti ormai vetusti.

Ammore e malavita è sceneggiata napoletana ai tempi di Gomorra declinata in musical, capace di scherzare sulla malfamata Scampia (meraviglioso il tour organizzato per i turisti in cerca di “emozioni forti”, sorta di buffetto al gomorrismo imperante dei nostri giorni…) e al tempo stesso di soffermarsi sulle tante bellezze di Napoli, città carica di umanità e fermento culturale.

L’omaggio non è però solo alla città, ma al cinema (popolare) tutto: sempre mossi da una libertà che gli regala felici intuizioni di sguardo e movimenti di macchina, i Manetti danno il via alla messinscena in stile Agente 007, si vive solo due volte, si regalano un inserto newyorkese strizzando l’occhio a Squadra antifurto di Bruno Corbucci e ci regalano sparatorie con ralenti in stile Matrix, oltre che fantastiche trovate quali il modellino della DeLorean utilizzato per nascondere dei diamanti.

Aiutati, e non poco, da tutti gli attori chiamati in causa (oltre i già citati, Claudia Gerini nei panni dell’astuta e cinefila donna Maria, moglie del boss, e il cantante Raiz in quelli di Rosario, altra “tigre” al servizio di don Vincenzo e amico fraterno di Ciro), i Manetti proseguono nel solco già tracciato da Song’e Napule ma riescono ad alzare il tiro, anche grazie allo straordinario lavoro di Aldo e Pivio De Scalzi alle musiche, alle liriche di Nelson e alle coreografie di Luca Tommassini.

Troppo facile e scontato (anche sbagliato) etichettarlo come il “La La Land italiano” (semplicemente perché è qualcosa di molto diverso), ma se lo slogan servirà a garantire maggior successo al film (sarà nelle sale dal 5 ottobre) va bene così. Perché se lo merita.

 

 

 

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