Francesca Archibugi presenta Gli sdraiati

"Non credo che i mezzi cambino le relazioni, quando non ci si vuole parlare si trova sempre un modo", dice la regista. Che rilegge il romanzo di Serra e arriva nelle sale il 23 novembre, con Claudio Bisio
Francesca Archibugi presenta Gli sdraiati
Francesca Archibugi - Foto Pietro Coccia

“Quando raccontiamo una storia lo facciamo con pezzi unici. Non tutti i padri sono così, non tutti i figli sono così, da parte nostra non c’era nessun intento sociologico”.

Francesca Archibugi presenta il suo nuovo lavoro da regista, Gli sdraiati, scritto insieme a Francesco Piccolo e “liberamente tratto” dall’omonimo romanzo di Michele Serra, che Lucky Red porterà nelle sale dal 23 novembre in 300 copie.

 

Claudio Bisio (già impegnato a teatro con il testo di Serra nello spettacolo Father and Son) interpreta Giorgio Selva, conduttore televisivo di successo che, dopo la separazione con la moglie (Sandra Ceccarelli), ha ottenuto l’affido condiviso del figlio Tito (Gaddo Bacchini), oggi diciassettenne.

Ma seppure l’uomo tenti incessantemente di dialogare con il ragazzo, anche facendo buon viso a cattivo gioco quando si tratta di sopportare il caos portato in casa dalla sua banda di amici, quei due mondi sembrano non potersi incontrare mai, come fossero separati da una porta a tenuta stagna.

L’intensificarsi del rapporto con la coetanea Alice (Ilaria Brusadelli), poi, allontanerà Tito ancora di più. Mentre la mamma della ragazza, Rosalba (Antonia Truppo), irrompe nuovamente nella vita di Giorgio, dopo essere sparita nel nulla anni prima.

“Siamo padri in un’epoca difficile, e sono stato figlio negli anni ’70 – racconta Claudio Bisio -. La figura di mio padre era autorevole. Leggeva il giornale, fumava la pipa, io parlavo con mamma ma quando c’erano scelte difficili da prendere lei diceva sempre ‘chiedi a tuo padre’. Se lui diceva no, era no. Ecco, come padre non so farlo. E sono probabilmente come il personaggio del film, che cerca il dialogo, il confronto. Cosa che qualsiasi psicologo ti dice che è sbagliata”.

Claudio Bisio – Foto Pietro Coccia

 

Tempi diversi, certo, ma “non credo che i mezzi cambino le relazioni”, aggiunge Francesca Archibugi, che prosegue: “Non sono gli smartphone il problema. Non è la contingenza esterna, o quello che succede tutti i giorni nella quotidianità. Quando non ci si vuole parlare si trova sempre un modo, e i telefonini sono un modo come un altro. Ma non credo siano il demonio”.

Ma cosa è rimasto del romanzo di Michele Serra, oltre al titolo, nel film? “Il libro è il racconto di un padre nei confronti del figlio. Qui non è così, il punto di vista si amplia e non è più solamente il giudizio di una generazione su un’altra. Cosa che comunque alla fine emerge anche dal libro”, spiega il cosceneggiatore Francesco Piccolo, che aggiunge: “Ovviamente il titolo lo abbiamo lasciato invariato per omaggiare il lavoro di Michele, e anche dal punto di vista commerciale ci aiuta, ma quello che noi abbiamo trovato nel libro non è solamente un punto di partenza”.

E il giornalista/scrittore come si è posto nei confronti del film? “Quando ha letto la prima versione della sceneggiatura mi ha chiesto ‘E io che c’entro?’, poi ha capito che quello che abbiamo preso dal suo libro era il cuore dell’idea. Dopo aver visto il film, infine, e questo lo racconto per farvi capire che tipo di persona sia Michele Serra, mi ha detto ‘In questo modo mi prendo dei meriti che non ho’.”.

 

In fondo, qual è il giudizio su questa generazione di “sdraiati”? “Non c’è nessun giudizio nei loro confronti, noi mettiamo in scena un rapporto nelle sue forme più estreme. Mi piace molto lasciare dei fili durante la narrazione per lo spettatore senza doverlo forzare in continuazione con informazioni continue”, dice ancora la regista, che aggiunge: “Sicuramente è un racconto intimo e individuale e si spera sempre che si senta il rombo della Storia che passa. Sono ragazzi viziati, è vero, ma è colpa loro?”.

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