Refn, la bellezza e l’orrore

Il cinema del regista danese nasconde sotto la sua pelle liscia e abbagliante fremiti oscuri ed esplosivi
1 giugno 2016
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Refn, la bellezza e l’orrore
Nicolas Winding Refn

Pusher (1996)

È sempre difficile giudicare un regista vivente; probabilmente perché il contemporaneo non riesce, o inconsciamente rifiuta, di specchiarsi nella superficie riflettente del cinema quando è troppo oscura. Ancora più difficile nel magma produttivo del Nuovo Millennio: ma forse proprio per questo colpisce con la forza di un maglio lo sguardo nuovo di un nuovo autore.

E quello di Nicolas Winding Refn è certamente uno degli sguardi più freschi e inventivi della sua generazione, fin dal suo esordio fulminante con Pusher (1996), doppio inizio, primo capitolo di una fortunata e interessante trilogia, prima traccia in celluloide di un percorso già incisivo e coerente, via via sempre più raffinato.

Bronson (2008)

Bronson (2008)

Cifre costanti e meccanismi elementari, innestati però di volta in volta su superfici riflettenti sempre diverse e sempre più deformanti: la violenza, cieca, brutale, come esplosione dell’uomo, visto attraverso due dimensioni: nella prima viene raffigurato come un viluppo di nervi e corde pronte a saltare ed esplodere, teso ad esprimersi solo col corpo – e per questo, i suoi protagonisti saranno quasi completamente muti; nella seconda come creazione imperfetta autogenerata e automodificata, che si rimodella volta per volta seguendo un immaginario pop e oscuro pronto ad influire sulla realtà. Fremiti oscuri ed esplosivi sotto una pelle liscia e abbacinante.

Valhalla Rising (2009)

Valhalla Rising (2009)

Proprio nella violenza risiede una cifra stilistica tutta particolare del giovane danese: mai divertente o sardonica, mai veloce come nel cinema di Mann, mai esagerata come in Tarantino, mai delirante come per Lynch; ma amalgamata impercettibilmente con un senso del romantico tenero ma scevro di ogni romanticume, in un miscuglio che mira dritto verso una conclusione inevitabile e straziante. C’è del fatalismo, in Refn, inevitabilmente come in certo cinema nordico fin dalle radici più nobili (vedi Bergman), e c’è una commistione fatale fra reale e surreale su superfici morbide che delicatamente affondano in territori bui e spaventosi, mete di viaggi – interiori ed esteriori – fatti di non-luogi lontani e irraggiungibili, come i sogni chimerici dei protagonisti.

Drive (2011)

Drive (2011)

Così come inevitabilmente per la sua generazione autoriale, Refn è attratto dall’estetica pop di cui sopra, miscelando abilmente sacro e profano, sporcizia e raffinatezza: estremi che singolarmente sbracano, fusi abbagliano.

Solo Dio perdona (2013)

Solo Dio perdona (2013)

Chiave di volta del suo breve e intenso percorso è, ad oggi, Solo Dio Perdona (2013), sussidiario di persone e volti, motivi e immagini, archetipi e stili che si inseguono, si scontrano ed esplodono all’interno di infernali labirinti di volumi fatti di vuoti, luci e ombre. Ancora una volta, e definitivamente, un cinema fatti di corpi: madri incestuose e figure edipiche di eroi in disfacimento, che si immergono in un abisso separato da ogni logica o realtà, illuminato solo da un abbagliante impatto visivo, suggestivo e fortemente perturbante.

 

GianLorenzo Franzì
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