Le donne e il desiderio

Zjednoczone Stany Milosci

POLONIA, SVEZIA - 2016
Polonia, 1990. L'aria del cambiamento è sempre più presente nel Paese, il popolo polacco ha appena vissuto il primo, euforico anno di libertà, ma sono ancora molte, però, le incertezza per il futuro. Su questo sfondo si svolgono le vicende di quattro donne di età diverse, apparentemente felici ma desiderose di cambiare finalmente la loro vita, lottare per raggiungere la felicità e soddisfare i propri desideri. Agata è una giovane madre intrappolata in un matrimonio infelice, che cerca rifugio in una relazione impossibile; Renata è un'insegnante affascinata dalla vicina di casa Marzena, una solitaria ex reginetta di bellezza il cui marito lavora in Germania; Iza, la sorella Marzena, è invece una preside innamorata del padre di un'alunna della sua scuola.

CAST

NOTE

- REALIZZATO CON IL FINANZIAMENTO DI: POLISH FILM INSTITUTE, FILM I VÄST.

- ORSO D'ARGENTO PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA AL 66. FESTIVAL DI BERLINO (2016).

CRITICA

"E' ambientato nella Polonia del 1990, ma potrebbe svolgersi in un ovunque indeterminato perché il vero soggetto del film, che il titolo italiano 'Le donne e il desiderio' fa intuire solo in parte (quello originale, 'Zjednoczone stany milosci', significa 'Stati uniti dell'amore', più criptico ma più evocativo), è il rapporto che le donne hanno con il loro corpo, macchina del desiderio ma anche oggetto di repressione, forza propulsiva e ingovernabile zavorra. (...) a differenza della prima scena, tutta parlata nella sua concitazione alterata dall'alcol, il film del 36enne Tomasz Wasilewski è costruito su silenzi carichi di significato e su una messa in scena che facendo spesso ricorso ai piani sequenza invita lo spettatore a «spiare» e «scoprire» i comportamenti delle sue quattro protagoniste piuttosto che a raccontarli e a spiegarli. Lasciando soprattutto a chi guarda il compito di «completare» - con l'intuizione e la deduzione - le azioni delle donne. Perché anche quando sembra scegliere il più diretto e realistico degli sguardi - non mancano le scene di sesso e i corpi nudi - la distanza che sa mettere tra l'obiettivo della sua macchina da presa e l'azione che filma non solo evita qualsiasi tentazione voyeuristica ma soprattutto lascia non dette molte cose. (...) Quattro squarci sulla complessità e le contraddizioni di una vita dove le conquiste sociali non vanno di pari passo con i bisogni personali, e il corpo femminile (le ultime due scene di nudo mettono letteralmente i brividi) diventa esca e trappola insieme di una infelicità che non sa prendere le misure dei propri desideri." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 24 aprile 2017)

"Paragonato da taluni a Xavier Dolan, l'enfant prodige del cinema polacco Tomasz Wasilewski manca del tutto di una delle caratteristiche di cui il collega abbonda: l'umanità. I ritratti da quattro donne polacche (...) sono altrettanti archetipi femminili di donne infelici e fondamentalmente sole. Rinchiudendole all'interno di oscure inquadrature dai colori desaturati, il regista trentaseienne si diverte a torturarle senza lasciarsi sfiorare del minimo senso di pietà. Benché il film pretenda di assumere il punto di vista femminile è - consapevole o meno - un caso lampante di cinema misogino." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 27 aprile 2017)

"È il trionfo di un eccezionale gruppo di interpreti: Julia Kijowska, Magdalena Cielecka, Marta Nieradkiewicz, Dorota Kolak. Quando Kieslowski (è lo stesso regista a creare collegamenti) raccontava la sua breve storia sull'amore pur con gli stessi ordine di fattori (il block, l'impossibile incontro) il film ti avvolgeva con calda emozione. Wasilewski in realtà non sta parlando degli anni 90 e dello spaesamento del paese, si sta rivolgendo al pubblico contemporaneo perché si guardi allo specchio. Questo panorama, accompagnato con altrettanto horror vacui dal direttore della fotografia, il romeno Oleg Mutu, che ha lavorato con Cristiam Mun giu, Sergei Loznitsa e Cristi Puiu, ci appare senza speranza perché la liberazione è più simile alla disperazione, l'energia impiegata in tante lotte si riducono a una gelida celebrazione (la scuola cambierà nome, sarà dedicata a Solidarnosc), e infine quel sentimento laico che illuminava i film di Kieslowski appare oggi spento, come se fosse scomparso ogni apologo morale, ogni elemento spirituale. Senza dimenticare che è sempre presente anche l'immancabile umorismo nero, dato dai numerosi collegamenti con una realtà in cui si può riconoscere facilmente non solo il pubblico polacco ma anche lo spettatore che abbia consuetudine con i classici di quella cinematografia." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 27 aprile 2017)

"Le storie si aprono una nell'altra come Matrioska. La figura retorica di montaggio è la persistenza, mentre tra il volto e la persona, è sempre insinuato il corpo, come materia dell'anima. Dalle impressioni adolescenziali del regista, è una 'rêverie' aperta a emozioni concrete e universali della dolorosa incostanza del femminile in ottime interpreti. Quattro donne e un mistero, il desiderio: di corpi, relazioni, felicità, ma soprattutto di un senso." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 27 aprile 2017)

"Quattro storie per raccontare, dopo la caduta del regime comunista, una sessualità repressa che ora vuole esplodere nel nuovo clima di libertà. Il film, però, cade spesso nel ridicolo, tra corpi nudi costantemente mostrati e una imbarazzante scena di un fotografo che si masturba sulla miss addormentata. Ridateci Tinto Brass." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 27 aprile 2017)

"Desideri, euforia, nuove speranze, ma anche confusione, paura, alienazione, solitudine. Sono questi i sentimenti che agitano le quattro protagoniste (...). Il film non propone una riflessione politico-sociologica sulle conseguenze dell'epocale trasformazione in Polonia. Il regista, che nel 1990 aveva solo dieci anni, prende piuttosto le mosse dalle immagini e dai ricordi di quel periodo, trascorso tra tante donne - la madre, le zie, le vicine di casa - dopo la partenza di suo padre, in cerca di lavoro negli Stati Uniti. E restituisce puntualmente i grigi ambienti e le plumbee atmosfere di quegli anni che ancora poco avevano di gioioso, tra squallidi edifici di periferia e case vuote come l'anima dei protagonisti ." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 20 febbraio 2016)
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