In guerra per amore

ITALIA - 2016
New York 1943. Mentre il mondo è nel pieno della seconda guerra mondiale, Arturo vive la sua travagliata storia d'amore con Flora. I due si amano, ma lei è promessa sposa al figlio di un importante boss. Per convolare a nozze, il ragazzo deve ottenere il sì del padre della sua amata che vive in un paesino siciliano. Arturo, giovane e squattrinato, ha un solo modo per raggiungere l'isola: arruolarsi nell'esercito americano che si prepara per lo sbarco in Sicilia: l'evento che cambierà per sempre la storia della Sicilia, dell'Italia e della Mafia.

CAST

NOTE

- PROGETTO SVILUPPATO CON IL CONTRIBUTO DEL MIBACT.

- PREAPERTURA ALLA XI EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2016).

- VINCITORE DEL DAVID GIOVANI 2017, ERA CANDIDATO AI DAVID DI DONATELLO PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE, SCENOGRAFO, COSTUMISTA, TRUCCATORE (MAURIZIO FAZZINI), ACCONCIATORE (MASSIMILIANO GELO) ED EFFETTI DIGITALI.

- CANDIDATO AI GLOBI D'ORO 2017 PER: MIGLIORE COMMEDIA E FOTOGRAFIA.

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2017 PER: MIGLIOR SOGGETTO, COSTUMI E CANZONE ORIGINALE ("DONKEY FLYIN' IN THE SKY").

CRITICA

"Al secondo film da regista, Pif mescola leggerezza e gravità nel solco della commedia all'italiana, per raccontare come nel 1943 la mafia divenne politica grazie a una trattativa denunciata dal 'rapporto Scotten', scritto da un ufficiale americano per mettere in guardia Roosevelt. Il film riflette anche sul controverso ruolo degli Usa nella democratizzazione dei paesi dove intervengono militarmente senza curarsi delle conseguenze a lungo termine." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 28 ottobre 2016)

"Tra asini che volano e omaggi a Robert Capa o a 'Forrest Gump', battute di grana grossa e equivoci causati dal dialetto, eserciti di caratteristi e sottotrame mal assortite, la sensazione è che il film sarebbe riuscito meglio se fosse costato meno, molto meno. Costringendo a risolvere con invenzioni di scrittura o di regia problemi affrontati (e sostanzialmente elusi) in termini di 'confezione'. Cioè allargando lo sguardo del film (più comprimari, più ambienti, più trucchi, etc.), senza però renderlo più incisivo. Come provano i momenti e i personaggi davvero indovinati, perché ci sono anche quelli. Su tutti il cieco e lo zoppo (Sergio Vespertino e Maurizio Bologna), gli unici a essere davvero investiti, letteralmente, dalla guerra in tutti suoi aspetti (belle le scene, a quanto pare storiche, in cui il cieco 'sente' le bombe in lontananza). E a sorprendere almeno un po', anche se sono l'ennesima incarnazione del Gatto e la Volpe, in un film sempre troppo convenzionale per ciò che vuole raccontare." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 27 ottobre 2016)

"Giustamente incoraggiato per il divertente filmetto d'esordio (...) Pierfrancesco Diliberto (...) affonda con la sua opera seconda realizzata con notevole sprezzo del pericolo e altrettanta presunzione spolverata di finta spigliatezza. Con «In guerra per amore», in effetti, ha deciso di giocare al rialzo scegliendo come modello d'elezione il cinema di Scola e Comencini, ma poi incappando in una serie di magagne che per fortuna i maestri della commedia all'italiana hanno quasi sempre evitato come la peste. Condizionato dal messaggio che proromperà veemente nel finale, il regista/protagonista adotta tonalità che sbandano tra la rievocazione storica, la favola surreale, il tormentone ridanciano e l'aulica indignazione nei tomanti di una sceneggiatura gravata da più buchi di un gruviera e tenta di cavarsela con l'ausilio della voce narrante dell'alter ego incarnato nei panni di novello Candido made-in-Trinacria. Se, però, l'inconfondibile timbro a trombetta noto e (dicono) caro all'audience si sposa bene con i passaggi da sketch, diventa assai difficile dargli credito quando si arriva a ciò che più di tutto interessa e cioè mettere alla sbarra l'armata degli Alleati che nel 1943 sbarcarono in Sicilia fino a prova contraria per liberare l'Europa dal giogo hitleriano. (...)." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 27 ottobre 2016)

"Non si può certo dire che Pif abbia tradito la sua poetica. Di nuovo c'è un protagonista che stravolge la realtà con gli occhi della sua innocenza; e se in 'La mafia uccide solo d'estate' lo sguardo era quello di un bambino, in 'In guerra per amore' abbiamo un giovanotto, Arturo, incarnato da Pif stesso come una sorta di «idiota» alla Dostoevskij; o, meglio, un Candide siculo di New York (...). Stavolta però la fragilità del copione e l'inesperienza si fanno sentire e, pur simpatico e personale, il film rimane irrisolto." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 27 ottobre 2016)

"(...) Pif riprende lo sdegno umoristico e dolceamaro dell'ottimo film d'esordio, ma non trova, già in sceneggiatura, l'equilibrio tra fatti e aneddoti, denuncia e farsa. (...) stona lo sforzo di spostare talune scene nel grottesco: involontariamente diventano scenette, una sorta di siparietto del neorealismo e della commedia all'italiana evocati, laddove nel primo film una visione d'insieme e di dettaglio più matura e coinvolta riusciva a evitare certe cadute di misura. Restano l'impatto del tema e la simpatia di Pif." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 27 ottobre 2016)

"Chiamiamolo pure il 'Candid' siciliano, il novello Forrest Gump o il volto dolce di Maresco: Pif (...) non soffre davanti a tali etichette perché nel tempo cadranno da sole lasciando spazio a un unico marchio distintivo dei suoi film: 'à la Pif'. Etica ed estetica del nuovo suo sforzo cinematografico non si distanziano, infatti, dal precedente 'La mafia uccide solo d'estate' ma si consolidano nell'identità di un autore forte della consapevolezza dei propri limiti che riesce ad utilizzare al meglio. (...) Notevole la presenza di Andrea Di Stefano che apre il senso a un finale struggente. Nel suo piccolo, Pif ha compreso la lezione di Charlie Chaplin." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 27 ottobre 2016)

"Piacerà a chi ha gradito l'opera prima di Pif (...). E scoprirà che è ulteriormente cresciuto come regista, tanto da guadagnarsi gli elogi dei nostalgici (e chi non lo è?) della commedia all'italiana. Come gli antichi modelli Pif sa guidare gli attori e efficacemente ambientare." (Giorgio Carbone, 'Libero', 27 ottobre 2016)

"Pif ripercorre con lo sguardo trasognato, mescolando tenerezza, umorismo e tragedia, punteggiati dalla sua stessa voce narrante, una pagina di storia poco nota (il patto Washington-mafia). Se l'autore ha grande finezza psicologica, l'attore ha il dono della simpatia, come le tante figurine del suo presepe. E certe scene restano nella memoria." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 27 ottobre 2016)

"Per la sua opera seconda, Pif alza il tiro del racconto mantenendo però lo stesso bersaglio, la polipesca morsa della mafia sulla sua Sicilia. Oltre a conservare gli stessi personaggi (...) per ribadire anche dai nomi una (encomiabile) continuità di discorso. (...) a fare da leva narrativa è sempre la figura dell'involontario «Candide» che non sembra volersi accorgersi di quello che gli sta avvenendo d'intorno. Un percorso dalle evidenti ambizioni «pedagogiche» che Pif prende tutto sulle proprie spalle (...). Dove il film mostra qualche falla è nella riproposizione di un passato un po' cartolinesco, dove le atmosfere «astratte» dell'America si scontrano con la ricostruzione più piattamente realistica della Sicilia in guerra e che lo stesso Diliberto si ingegna a ravvivare (...), ma le cui responsabilità coinvolgono evidentemente anche altre persone. Dove Pif torna a volare alto è nel finale, quando denuncia politica, ricostruzione storica e indignazione morale si intrecciano saldamente per ricordare agli spettatori di oggi le responsabilità e le connivenze che hanno soffocato e martoriato negli anni la sua Sicilia." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 13 ottobre 2016)

"La ricetta è sempre quella: far ridere senza dimenticare le cose serie, mescolare leggerezza e gravità nel solco della grande tradizione della commedia all'italiana, tra qualche consolazione, un tocco di surrealismo e molta amarezza." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 13 ottobre 2016)

"Il successo del primo film, 'La mafia uccide solo d'estate', era stato una sorpresa e così forse anche per non rischiare troppo - si sa che il secondo film è sempre la prova più difficile specie dopo un esordio molto acclamato - l'eclettico Pif (...) ha puntato sugli stessi temi della sua opera prima: la Sicilia e la mafia. Anzi 'In guerra per amore' ne è quasi una variazione - un prequel se lo guardiamo dal punto di vista storico - in cui ritroviamo il suo alter ego sullo schermo, Arturo Giammaresi e persino quasi morettianamente (ricordate che nei film di Moretti tutte le donne amate fino a un certo punto di chiamavano Silvia) il nome dell'innamorata che anche stavolta si chiama Flora. Ma dai ricordi cupi di ragazzino Pierfrancesco Diliberto sposta appunto le lancette del tempo cercando le origini di quelle nefandezze che sono poi diventate il paesaggio quotidiano della sua infanzia. (...) Pif dispiega tutti gli elementi del film «impegnato», che ambisce alla denuncia e al confronto coi grandi temi, la Storia e le distorsioni tragiche dell'Italia post-bellica, dosando nella sceneggiatura (...) gag, lacrimucce, gli stereotipi della sicilianità e una galleria di personaggi da commedia (...). La patina vintage caramello, una specie di 'Amelie Poulain' alla siciliana, si mescola allo stile da Iena (e del 'Testimone'), assertivo (aggressivo) e «o bianco o nero» con cui vengono snocciolati gli eventi: i fatti sono chiari e pure i colpevoli (gli americani), una semplificazione anche questa molto efficace e rassicurante, persino catartica che trova alle domande tutte le risposte. (...) Nel finale vengono esibiti i documenti del rapporto Scotten, un militare americano, sull'allarme mafia in Sicilia (...). È tutto vero, dunque, lo sapevamo già ma ci sentiamo rassicurati." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 13 ottobre 2016)

"In Sicilia il film mette in campo una serie di bozzetti a tratti gradevoli ma spesso disarticolati, o addirittura intere trame che rimangono appese (...). I modelli sono un po' di Benigni e soprattutto tanto Tornatore ('Baarìa'), nella descrizione d'ambiente e in certi effetti di montaggio: il passaggio dal rumore delle bombe alle patate rovesciate su un tavolo, dalla parola 'libertà' all'inquadratura di una cella. Il film ha ambizioni lodevoli, schiva le ambientazioni minimali e ovvie di molto cinema italiano, e parte da una situazione originale: lo sbarco alleato, e soprattutto la rinascita della mafia nel dopoguerra sono stati pochissimo raccontati al cinema. Ma la trama procede con un percorso ovvio e a tratti viene rimpolpata in maniera artificiosa, procedendo senza ritmo né complessivo né, spesso, all'interno delle singole scene. E Pif attore non regge il peso del film. Paradossalmente, 'In guerra per amore' finisce col convincere di più nei momenti drammatici o patetici, oltre che in alcune gag o situazioni azzeccate (...). Lo sfondo storico del film è (...) fino a un certo punto, all'insegna della fiaba: il tono predominante rimane quello della commedia sentimentale agreste. Poi però, negli ultimi minuti, con una svolta repentina il tono si fa serio, impegnato, mostrando le conseguenze del patto tra autorità alleate e mafiosi, e tirando in mezzo tra l'altro Ciancimino, Sindona e il futuro dell'Italia. Un cambio di passo approssimativo e a effetto, come se tramite il richiamo all'impegno si volesse risollevare in extremis il film, che in fondo rimane purtroppo un'occasione mancata." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 13 ottobre 2016)

"(...) Pierfrancesco Diliberto (...) si conferma regista a denominazione d'origine controllata (...). Pif inquadra l'humus antropologico della rinascita mafiosa postbellica, puntando la camera sulle complicità dei liberatori yankee: mette alla berlina, giustamente, la Democrazia Cristiana, ma anche il suo film è democristiano. Frulla Benigni e Tornatore, 'Forrest Gump' e Pif, facendosi apprezzare per affabulazione, divulgazione storica e simpatia, meno per il 'politically correct': il Gatto e la Volpe che (non) fanno 'coming out' se li poteva risparmiare. Meglio, viceversa, quando se ne frega e affonda il colpo (...). Gli difetta la cattiveria, non il mestiere: dietro e davanti la macchina da presa ci sa fare, Pierfrancesco." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 13 ottobre 2016)
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