Hungry Hearts

ITALIA - 2014
L'italiana Mina e l'americano Jude, dopo essersi incontrati per caso a New York, si innamorano e si sposano. Mina rimane incinta e si convince fin da subito che il suo bambino sarà speciale e per questo motivo dovrà essere protetto dall'inquinamento del mondo esterno e dovrà conservare la sua purezza. L'uomo, innamorato, asseconda la moglie fino a quando non si accorge che suo figlio non cresce ed è in pericolo. Inizia così, all'interno della coppia, una battaglia silenziosa per cercare di risolvere la situazione.

CAST

NOTE

- REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO ECONOMICO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA; CON IL CONTRIBUTO DELLA REGIONE LAZIO-FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO, IN ASSOCIAZIONE CON BISCOTTIFICIO DI VERONA AI SENSI DELLE NORME SUL TAX CREDIT.

- COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE MASCHILE (ADAM DRIVER) E FEMMINILE (ALBA ROHRWACHER), SEGNALAZIONE CINEMA FOR UNICEF, PREMIO FRANCESCO PASINETTI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE (ALBA ROHRWACHER, EX AEQUO CON ELIO GERMANO PER 'IL GIOVANE FAVOLOSO' DI MARIO MARTONE) E PREMIO PASINETTI SPECIALE PER LA REGIA ALLA 71. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2014).

- CANDIDATO AI DAVID DI DONATELLO 2015 PER: MIGLIOR FILM, REGISTA, SCENEGGIATURA, ATTRICE PROTAGONISTA (ALBA ROHRWACHER), FOTOGRAFIA, MUSICISTA, MONTATORE.

- NASTRO D'ARGENTO 2015 A NICOLA PIOVANI PER LA MIGLIOR COLONNA SONORA.

CRITICA

"Sbarazziamoci dell'argomentazione più ostica, e dell'imbarazzo della contraddizione che essa contiene. 'Hungry Hearts' ('cuori affamati' che titolo evocativo!) è un film davvero molto bello, ma è anche difficile e duro oltre la misura alla quale il cinema ci ha abituati tendendo nella sua massima parte a una medietà di compromesso tra richiesta di disimpegno e offerta di intrattenimento. Indigeribile e indigesto, proprio nel senso che non si lascia consumare e via. Ferisce, lascia la sua traccia dolorosa. Formidabile l'incipit. (...). Basta questo inizio per farci capire che ci stiamo infilando in un film che non si farà dimenticare. (...) Da notare che dei quattro lungo metraggi fiction realizzati dal regista romano quarantenne tre siano di matrice letteraria. E che questo non gli abbia impedito di esprimere il massimo di originalità di sguardo e di personalità di stile. (...) Non sono soltanto l'ambientazione, il titolo, la non italianità del cast di questo film (tolta la coraggiosa Alba) a farci riflettere sulla naturale dimensione internazionale dell'autore. Che porta nelle sue scelte assonanze molto stimolanti (con il polacco Kieslowski per dirne una) ma senza ombra di rinuncia al proprio netto profilo." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 15 gennaio 2015)

"Non è certo un film ammiccante o accomodante «Hungry Hearts» ed è improbabile che la doppia Coppa Volpi vinta all'ultima Mostra di Venezia dagli attori protagonisti Driver e Rohrwacher accresca il suo appeal nei confronti del pubblico. Nonostante l'impianto low cost, il minimalismo ambientale e l'ossessivo leitmotiv, però, non si tratta del solito prodotto da festival perché il regista Costanzo quantomeno si dimostra convinto e coerente nel seguire una linea creativa da noi insolita, molto attenta allo stile e tematicamente provocatoria. (...) Il cibo (...) diventa la metafora dell'ideologia che avvelena le menti blindandole nelle conseguenti paranoie e Costanzo insiste, come se si trovasse alle prese con un psico-horror, sul ricorso agli obiettivi deformanti, agli effetti claustrofobici, alle riprese traballanti e all'onirica fotografia garantita dal fuoriclasse Fabio Cianchetti. Il risultato, purtroppo, non premia il suo coraggio e la sua sincerità perché la sceneggiatura è prosciugata sino all'inevitabile congelamento intellettivo ed emotivo, la Rohrwacher è azzerata nella psicologia e ricalcata solo su un'allucinata fisicità di prammatica e il doppiaggio italiano applicato alla versione originale girata in inglese risulta altamente artificioso e spezzettato in una serie d'interiezioni sgradevoli e superficiali." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 15 gennaio 2015)

"Il primo sentimento che rimane dopo averlo visto è di irritazione, specie per quella pulsione misogina che rende la protagonista, Mina, mamma ossessionata dal proprio ruolo al punto di quasi uccidere il figlietto privandolo del nutrimento - (perfettamente speculare in questo al maternale che nutre, entrambi segno del potere della Madre che rende il cibo terreno di costante rivolta/ricatto) una vittima predestinata. E giustificata nonostante l'attrice, Alba Rohrwacher (...), abbia più volte detto, insieme al regista, che il loro intento era di farle volere bene a Mina. In effetti il nuovo film di Saverio Costanzo è diversamente misogino (diciamo meno arrabbiato) del romanzo autofinzione di Marco Franoso (...) da cui ha preso spunto, perché Costanzo sin dall'inizio ci dice, in un scena cruciale, che se Mina va fuori di testa la responsabilità è di lui, del ragazzo, idea che rimane abbastanza costante, almeno nella complicità silente prima e nella goffaggine anche crudele poi dei suoi tentativi di soluzione. (...) Ma 'Hungry Hearts' non è tanto diverso dal precedente 'La solitudine dei numeri primi', e per questo più che di misoginia (che pure c'è) sembra il grembo familiare lo spavento horror di Costanzo, il luogo in cui qualsiasi relazione finisce per essere impossibile, avvelenando se stessa e coloro che vi prendono parte, e quello dove esercitare un'imprevedibilità dello sguardo. Uomo e donna psicotici, genitori indifferenti o ingombranti (anche questa un po' di autofinzione?), in temi familiari di un'autodistruttività che passa sul corpo - può essere anoressia o bulimia. Uomo/donna non è però ragazzo incontra ragazza corollario fondante ogni storia, perché Costanzo non svuota fino in fondo della narrazione i suoi personaggi. Piuttosto li utilizza per esercitare la sua idea postmoderna del cinema che nei rimandi e nelle citazioni prova a forzare i propri limiti. 'Hungry Hearts' potenzia al massimo questa sua tendenza, siamo a New York la città del cinema, Mina e Jude diventano Annie Hall e Woody Allen di 'Io e Annie', passando poi a 'Rosemary's Baby' e l''Inquilino del terzo piano', con lo stroboscopio che deforma mostruosamente il corpo di Alba Rohrwacher e la loro casa. E horror, caccia, il paesaggio americano dell'immaginario che quasi sovrasta la narrazione. Rispetto alle convenzione ormai da fiction (brutta) tv a cui rimanda tanto nostro cinema lo sforzo visionario di Costanzo, come la sua sovresposizione, è senz'altro eccentrico. Quello che gli manca è forse la capacità di metabolizzare fino in fondo le sue ossessioni nelle immagini liberandole da qualche eccesso di programmaticità ." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 15 gennaio 2015)

"(...) lo spaesamento dei personaggi, l'uso allegorico degli spazi, la regia che si fa volutamente sentire erano già tutti in quei tre precedenti: 'Private' era più politico, 'In memoria di me' più perfetto, ma questo è il più vibrante, coraggioso, addirittura necessario dei film di Costanzo. (...) Dopo Giordano, Costanzo adatta un altro scrittore italiano, Marco Franzoso: 'Il bambino indaco' (Einaudi). Non è, grazie a Dio, un best-seller, stavolta Saverio ha più margini di manovra, prende, non prende, cambia a immagine e somiglianza del suo cinema. (...) spalleggiato da due attori strepitosi e sinergici, Driver e Rohrwacher entrambi meritoriamente Coppa Volpi a Venezia, assistito dalla sapiente colonna sonora di Nicola Piovani, aiutato dal grandangolo e altri artifici, decide saggiamente che a stupire non dev'essere la storia, bensì il racconto. Niente scene madri, dunque, piuttosto una regia che non sta a guardare, ma fa accadere le cose: il thriller è nel mazzo, la suspense questa conosciuta, la meta il viaggio. On the road, si finirà sulla stessa spiaggia, ma - e questo fa la differenza - come ci si arriva? Costanzo ci arriva bene, benissimo: non ditelo all'italianissima produzione Wildside, ma l'indie americano vive e lotta con noi." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 15 gennaio 2015)

"Un film che costringe ad interrogarsi. (...) Costruito come un thriller, per riflettere sugli influssi sociali ai tempi degli OGM. Brava la Rohrwacher che recita con naturalezza la parte della catatonica psicopatica." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 15 gennaio 2015)

"Fin dove può portare la «fame» d'amore? Nel suo nuovo film 'Hungry Hearts', Saverio Costanzo mette a confronto tre modi d'amare a loro modo «assoluti» e cerca di capire le ragioni di ognuno, più attento a scoprirne debolezze e giustificazioni, piuttosto che a stigmatizzarne gli errori. (...) Quasi a cercare un corrispettivo stilistico, Costanzo usa la macchina da presa come una «gabbia» che minaccia la coppia e a volte la «deforma» (con grandangoli molto spinti) ma evita gli atti d'accusa contro le teorie salutiste per capire invece come quei cuori affamati d'amore cerchino di mettersi alla prova. Per esempio in due scene parallele in riva al mare, dove il padre si comporta - pur dopo anni - esattamente come la madre. Resta però alla fine come il senso di un percorso certamente sincero ma non completamente realizzato, sospeso a metà, dove l'eccellente prova degli attori non basta a «scaldare» il cuore dello spettatore mentre la messa in scena non è cosi «raffreddata» da annullare qualsiasi possibile identificazione." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 1 settembre 2014)

"Saverio Costanzo va in America. Non con una grande produzione come il Paolo Sorrentino di «This Must Be the Place», ma con un piccolo film indipendente, «Hungry Hearts» (...), ispirato a un romanzo di Marco Franzoso (...) e interpretato da due attori straordinari, Alba Rohrwacher e Adam Driver. (...) Le scene d'apertura, col colpo di fulmine che scatta nell'ambiente meno indicato che si possa immaginare, sono memorabili. Mai visto scene d'amore così intense e credibili in un film italiano di questi anni (amore, non sesso). Questione di spazi, e di tempi. Costanzo sa rendere tutta la meraviglia, l'intimità, la precipitazione dell'incontro, senza un fotogramma di troppo. Il resto non è da meno. Regia nervosa, uso sapiente del fuori campo, primi e primissimi piani incalzanti ma mai banali (si sente la lezione della serie tv «In Treatment»), una colonna sonora mai invadente di Nicola Piovani. (...) Presto però questa storia di sentimenti, così toccante, sterza verso il thriller e non toma più indietro. Un 'thriller coniugale' fatto a sua volta di sentimenti forti, non di immagini forti (quelle le lasciamo ai registi mediocri). (...) Costanzo crea una tensione insostenibile dando informazioni col contagocce sui personaggi (la madre così presente di lui, il padre assente di lei). Per giocare sull'ambivalenza delle emozioni. Il padre, infatti, vuole salvare a tutti i costi il figlio, ma anche la moglie amatissima. Tanto più che la sua 'follia' non è poi così lontana, se non per le proporzioni che assume, da comportamenti salutisti oggi molto diffusi. Della Rohrwacher abbiamo sempre detto tutto il bene possibile. Adam Driver, uno di quei 'brutti' che bucano lo schermo, notato in «Tracks» e «A proposito di Davis», conferma tutto il suo talento. Come Costanzo, che sa cogliere come pochi il potenziale narrativo nascosto in ogni patologia. Anche e forse soprattutto quando non ha ancora un nome." (Fabio Ferzetti, 'Il Mattino', 1 settembre 2014)

"Una crisi psicologica dietro l'altra, con accenti via via sempre più soffocanti fino a un vero capovolgimento di situazioni e anche di rapporti. In cifre sempre più tese e desolate, con quella moglie ostinata fino all'ossessione con quel marito, dopo tanto amore, sempre più deluso e disperato, con quel personaggio della madre che, presentato quasi solo alla fine, assume via via una dimensione tragica, segnata dalla desolazione. Al risultato, che finisce per avere quasi solo contorni drammatici, concorrono con salda efficacia i due protagonisti. Alba Rohrwacher, tornata con Costanzo dopo 'La solitudine dei numeri primi', carica la sua mimica delle tante lacerazioni sofferte spesso da molti suoi personaggi e ne trae effetti anche sconcertanti, specie quando cede alla malattia mentale. La sostiene ma anche la contrasta l'americano Adam Driver, dai tratti fortemente segnati." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 1 settembre 2014)

"Costanzo pedina la coppia dall'innamoramento alla tragedia senza prendere posizione, con immediatezza di cinema verità; e se certi cambi di registro possono generare perplessità, il film ti agguanta emotivamente e non ti lascia mai. Merito di una regia sciolta e matura che si affida alla sensibilità, merito di musica (Piovani) e fotografia (Cianchetti); merito di Driver e soprattutto di una Rohrwacher da Coppa Volpi." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 1 settembre 2014)

"(...) il film di Saverio Costanzo (...) è costruito per dividere. Commuove o fa discutere. (...) Il titolo ricorda la canzone di Springsteen, la storia è liberamente ispirata al romanzo 'II bambino indaco' di Marco Franzoso, 'Hungry Hearts' è girato in inglese e ambientato a New York. I cuori affamati sono quelli di due giovani (...). Il disagio si trasforma in tragedia, il film oscilla tra il dramma psicologico e un'atmosfera horror che rimanda al Polanski di 'Rosemary's Baby'. (...) Come in recenti film americani, Costanzo racconta una storia d'amore e incomprensione con due versioni opposte. Di lui e di lei. Senza bisogno di scindere i punti di vista, ma offrendo allo spettatore la possibilità di cogliere, anche nei dettagli, la verità dell'uno o dell'altro. Alba Rohrwacher è bravissima nel chiudere il personaggio in se stesso, nel non cercare l'empatia del pubblico." (Arianna Finos, 'La Repubblica', 1 settembre 2014)

"«I film tendono a somigliarsi tutti, troppo. Così, finché sarà possibile, i miei li realizzerò in pellicola, questo infatti è girato in 16mm». Una cosa che potrebbe apparire come un dettaglio solo per specialisti. In realtà buona parte della riuscita del secondo film italiano in concorso a Venezia 71, 'Hungry Hearts' di Saverio Costanzo, è dovuto proprio alla capacità che il regista ha di raccontare per immagini una claustrofobia storia di un altrettanto fobica coppia di sposini a New York. (...) dai toni da commedia, con la divertente velocità di racconto degli antefatti (...) si passa rapidamente a quelli di un horror incipiente (...) una storia di non complicità di coppia, di poca comunicazione, di chiusure, di diffidenze (...). Alba Rohrwacher aggiunge alla sua galleria di personaggi, sempre un po' borderline, questa madre che chiunque immediatamente definirebbe squilibrata mentre, per l'attrice, «è un personaggio in trasformazione che sbaglia ma che, forse, potrebbe trovare la sua strada». (...) in 'Hungry Hearts' (...) ci sono echi di 'Rosemary's Baby' di Polanski con Cassavetes. Come in qualche inquadratura grandangolare dell'appartamento: «Abbiamo lavorato molto - dice l'altro protagonista Adam Driver - proprio su come ci dovevamo muovere in questo spazio claustrofobico»." (Pedro Armocida, 'Il Giornale', 1 settembre 2014)
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