Wildlife

Paul Dano esordisce in regia con un dramma familiare freddo, per raccontare una storia incendiaria. Non male, al netto di qualche limite: apertura della Semaine de la critique

9 Maggio 2018
3/5
Wildlife
Carey Mulligan in Wildlife di Paul Dano

Va sul sicuro Paul Dano, talentuoso attore indie esordiente alla regia: Wildlife (che apre la Semaine de la critique del 71° festival di Cannes) ha uno spunto letterario di partenza piuttosto nobile (il romanzo Incendi di Richard Ford) e una storia quindi interessante, uno sfondo sempre efficace (l’America di provincia negli anni ’50/’60) e due attori affidabili come Jake Gyllenhaal e Carey Mulligan.

Il film racconta del rapporto tra un marito e una moglie visto dagli occhi del figlio, un rapporto che si sgretola quando dopo aver perso il lavoro lui decide di proporsi come volontario per spegnere gli incendi che stanno devastando il Montana. Lei cambia, cerca di rifarsi una vita e trovare un sostegno, ma nulla tornerà come prima.

Scritto dallo stesso Dano con la compagna Zoe Kazan, Wildlife è uno di quei drammi familiari freddi, calmi e lucidi nel loro raccontare storie “incendiarie” che agli eventi e alle passioni preferiscono l’analisi dei sentimenti e dei comportamenti, come la letteratura da cui nascono, sulla scia di John Cheever e Richard Yates.

Ma è anche uno dei casi, sempre più frequente in tempi recenti, di film medio americano che racconta la classe operaia in disarmo – negli anni ’60 come oggi – e la centralità del lavoro nella vita quotidiana, intessendo i rapporti tra i tre personaggi con le questioni legate ai mestieri, agli escamotage per tirare avanti e anche, non meno importante, per sentirsi qualcuno.

Evidentemente quello di Dano non è un film d’impegno all’europea, al neo-regista interessano i personaggi e le loro psicologie e le scelte stilistiche seguono questo intento, rivelando un occhio attento e belle intuizioni visive (tra cui soprattutto il malinconico e toccante finale).

Wildlife s’inceppa dove s’inceppano molti film d’esordienti, ovvero nel bisogno di dire, di spiegare, di rendere sempre troppo chiari i concetti del film, tanto con le parole quanto con le immagini e l’uso della macchina da presa, oltre a una difficoltà nel maneggiare figure poco concilianti e gradevoli come quelle dei genitori e metterle al centro di un film che si vuole emozionante.

Ma sono limiti compresi nel prezzo di quasi ogni esordio, specie in un film che non volendo rischiare ma volendo fare il suo dovere per bene, sceglie una pulizia di racconto e un’onestà di regia e sentimenti che fa presupporre un buon regista in fieri.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy