Una storia sbagliata

Il ritorno al cinema di Gianluca Maria Tavarelli: sentimenti violati, ribellione politica e mosaico stilistico

4 Giugno 2015
3/5
Una storia sbagliata

Stefania è in Iraq, infermiera al seguito di una missione umanitaria. Il suo reparto si occupa in particolare della cura dei bambini affetti da qualche deformazione della pelle causata da esalazioni di gas. Stefania è sposata con Roberto, un amore sbocciato a Gela, in quella Sicilia altrettanto afflitta dai guasti provocati dalla chiusura del petrolchimico e dalla fine del miraggio della ricchezza e dei posti di lavoro. Dopo il matrimonio, Roberto, militare, ha accettato la destinazione in Iraq, allo scoppio della seconda guerra del golfo. Ritorni a casa sempre più brevi, diminuzione delle capacità di adattamento, Infine la notizia della morte, la partenza di Stefania, la sua voglia di conoscere l’uomo che si è fatto  saltare in aria. Tristezza, rabbia, disperazione, poi un incontro e qualcosa che cambia.

Era assente dal grande schermo dal 2006  Gianluca Maria Tavarelli (Non prendere impegni stasera, presentato alla Mostra di Venezia, ma nel frattempo ha girato fiction tra cui Il giovane Montalbano 1 e 2), una pausa che questo film certifica come troppo lunga. E’ che il regista torinese conferma di saper firmare pochi ma qualificati titoli (6 in venti anni a partire da Portami via, 1994) e di padroneggiare uno stile che mescola spezzoni di storia, di realtà e di finzione inducendo ad una apparente confusione che si ricompatta quando i pezzi del mosaico ritrovano coerenza e la follia si acqueta nella ragione. Tavarelli lavora per sottrazione sulle carenze, su ciò che non c’è più e sui motivi che mettono in conflitto il cuore e la mente.  La guerra come perdita di ogni equilibrio interiore; la morte come annullamento di ogni forma di difesa; la rincorsa tra passato e presente come offuscamento di ogni riflessione sul futuro.

Storia densa di stratificazioni psicologiche, e un cinema, come sempre in Tavarelli, nel quale i sentimenti violentati diventano ribellione politica, anzi etica, ansia civile di non rassegnazione.  Al regista va riconosciuto il coraggio di una struttura narrativa ispida e talvolta ruvida, tuttavia finalizzata a indagare con dolore e qualche cattiveria i teneri risvolti degli affetti tra i due protagonisti. Ai quali offrono notevole verità la presenza di Isabella Ragonese (Stefania) e Francesco Scianna (Roberto), mentre Mehdi Dehbi è Khaleed, l’arabo che aiuta Stefania sul posto.  Girato per gran parte in Tunisia per motivi di sicurezza, il film conferma lo sguardo originale, profondo e personale di Tavarelli, bravo esponente di quella generazione che annovera nomi quali Maurizio Zaccaro, Giacomo Campiotti e altri.

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