Tito e gli alieni

Paola Randi mescola fantascienza e commedia. La storia è più insensata che incredibile, ma funziona quando parla di sentimenti. Al TFF35

27 novembre 2017
2,5/5
Tito e gli alieni

Lo zio d’America ha i baffi, è un po’ stempiato, e lavora nell’Area 51. Ha il volto di Valerio Mastandrea ed è uno scienziato coi fiocchi. Dopo aver insegnato all’università, si è trasferito in Nevada, vicino a Las Vegas, per scrivere la Storia. Ma qualcosa è andato storto: la moglie è morta, e lui passa le sue giornate disteso su un divano in mezzo al deserto, con una ricetrasmittente in mano, nella speranza di captare un segnale dallo spazio. Lo chiamano Professore e vive in un camper, da solo, cercando la felicità nelle sue stelle. L’unica persona con cui parla è una wedding planner che organizza matrimoni per turisti e che gli porta la spesa.

La vita del Professore viene sconvolta dalla morte del fratello Fidel, che da Napoli gli lascia in “eredità” i suoi due figli. Anita e Tito non hanno un altro posto dove andare, e lo raggiungono pieni di sogni e speranze. Troppo presto scoprono che il mondo è ben diverso da come se lo immaginavano. Le feste e la mondanità di Las Vegas sono lontane, mentre nell’Area 51 regna il silenzio, e non c’è neanche la piscina. Anita ha sedici anni, Tito sette, ma entrambi vorrebbero solo una cosa: parlare ancora una volta con il padre.

Tito e gli alieni mescola fantascienza e commedia, strizzando l’occhio a Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg e a Contact di Zemeckis. Gli effetti speciali non sono all’altezza delle intenzioni della regista Paola Randi, che esagera con i riferimenti cinefili e costruisce una storia più insensata che incredibile. La vicenda funziona di più quando si parla di sentimenti. Il Professore deve improvvisarsi genitore, e non può più crogiolarsi nel dolore della sua perdita. Anita e Tito sono scatenati e non gli concedono un attimo di tregua.

Il rapporto padre – figlio si aggiorna con lo zio che ricopre il ruolo di padrone di casa, ma quando entra in gioco la ricerca di nuove civiltà, gli errori vengono a galla. Le trovate scenografiche a basso costo si moltiplicano, e si salva solo l’assistente, un robot al femminile. A prima vista sembra un’accozzaglia di ferri vecchi, ma un suo segnale può attraversare l’universo. Inoltre incarna lo spirito di una persona che non c’è più e il ballo con Mastandrea rimane l’unica sequenza da ricordare.

Il film cerca anche di interrogarsi sul come elaborare un lutto. Il Professore non è riuscito a ricominciare e i piccoli devono trovare un nuovo papà. Forse esiste un’altra dimensione oltre a quella terrena, forse i nostri cari continuano a guardarci dall’alto. Esiste un punto di contatto? Tito e gli alieni prova a rispondere con troppi buoni sentimenti e, quando dovrebbe osare di più, sceglie il sentiero dell’ovvio invece di avventurarsi in qualcosa di nuovo. La fantascienza dall’anima italiana deve ancora iniziare il suo viaggio intergalattico, ma sembra lontano il giorno in cui avremo pure noi il nostro E.T. – L’extraterrestre.

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