The House that Jack Built

Discende agli inferi, sale al cinema e soccombe a se stesso: fesso, disperato e narciso, Lars von Trier ai suoi massimi

15 maggio 2018
5/5
The House that Jack Built

Nella pervasiva mania di controllo, nella compulsione totale, nell’ossessività omnicomprensiva, Lars von Trier fa anche autocritica: è un ingegnere che si pretende architetto. The House that Jack Built accompagna a questa spinta aspirazionale una uguale e contraria verso il basso: parlando di Lars von Trier e di un protagonista serial killer, non può che essere discesa agli inferi, con cappa dantesca e cartapesta CGI.

E’ un grande film, che riconferma la facilità e felicità registica del nostro e, insieme, la dannazione, insieme fatta arte e artefatta, della sua poetica: The House that Jack Built (THTJB) è sadico, macabro, misogino, perfino immorale, ma con sentimento, con convinzione, con una direzione.

In fondo, per rimanere al cartellone di Cannes 71, dove purtroppo THTJB è fuori competizione, c’è più consapevolezza di un’istanza spettatoriale, di un dialogo costruibile qui che nel Livre d’image di Jean-Luc Godard, cui si avvicina, anzi, di cui può essere considerato un prequel o, meglio, un tutorial: JLG riflette sull’immagine, Trier riflette su sé stesso, ovvero su chi lavora sull’immagine.

Entrambi sono critofilm, ma saranno gli inferi, sarà che qui una storia c’è, e pure degli attori (vilipesi ed elisi da JLG), la mise en abyme di Trier è più plastica, cinetica e anche teoricamente riuscita: quali rischi vanno, si devono correre per fare cinema? E per fare come e quale cinema?

The House that Jack Built è la quercia di Goethe attorno a cui si costruì il campo di Buchenwald, è la tiger tiger burning bright in the forest of the night di Blake, pervertita da troppi agnelli, è il Glenn Gould “raggricciato” – suonava dal basso verso l’alto, come nessun altro – al piano, e quest’attributo geniale gli viene appioppato da un libro che torna assai utile per accostare THTJB, Il soccombente di Thomas Bernhard.

Come sempre, in Bernhard c’è tutto, e più, quel che ci serve: anche Trier soccombe davanti a un genio quale Gould, ma anziché votarsi al suicidio o all’oscurità sceglie di mettersi allo specchio, ovvero recidere seni, mutilare e riassemblare bambini, torturare e congelare corpi e immagini, prima del montaggio finale, che non può che essere cadaverico.

Il cinema morente e mortifero insieme, la strada verso l’inferno (arriva dopo il montaggio, che Lars pensi ancora alla conferenza stampa di Melancholia?) proverbialmente costellata di buone intenzioni, che per Trier sono guilty pleasure: il “prediletto” Hitler e il suo architetto Albert Speer, l’uva disidratata, ammuffita e congelata per farne vino, le cattedrali gotiche, i suoi stessi film.

Mai un serial killer, cui Matt Dillon dà fissità e humour à la Buster Keaton, s’è avvicinato tanto a Pinocchio, mai il Grillo parlante (Verge, ossia Limite, ovvero Bruno Ganz) s’è astenuto dalla morale per (contro)battere sul narcisismo, mai Trier è andato così a fondo, con una disperazione ostinata e contraria.

Che succede ai registi quando il film è finito? E qual è il loro girone? Canta Bowie, “Fame, it’s not your brain, it’s just the flame That burns your change to keep you insane”.

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