Takeaway

L'opera seconda di Renzo Carbonera, un "piccolo" film che però sa districarsi nel complicato universo del doping nello sport. In Panorama Italia ad Alice nella Città

17 Ottobre 2021
3/5
Takeaway
Libero De Rienzo in Takeaway

Sport e doping sono al centro di Takeaway, un piccolo film che merita di essere visto e non solo perché tra i protagonisti vi è Libero De Rienzo in una delle sue ultime interpretazioni.

Presentata in Panorama Italia ad Alice nella città, l’opera seconda di Renzo Carbonera (dopo Resina) è una storia di formazione sullo sfondo del Terminillo nel Reatino.

Maria è una giovane marciatrice, un’atleta, magnificamente interpretata da Carlotta Antonelli (alle spalle il film Bangla e tante altre serie tv, tra cui l’ultima Vivi e lascia vivere di Pappi Corsicato), che vuole a tutti i costi gareggiare e soprattutto che vuole vincere. Al suo fianco vi è il suo compagno-allenatore (De Rienzo) che la “aiuterà” con sostanze dopanti illegali a raggiungere i suoi obiettivi. Non importa come.

Esiste solo una morale: il podio. E pazienza se quelle sostanze fanno venire i lampi agli occhi, il mal di pancia e gli sbalzi d’umore, quel che conta è prendere la medaglia d’oro. Nel cast anche Paolo Calabresi ed Anna Ferruzzo, nel ruolo dei genitori di lei, e Primo Reggiani.

“Il movimento è una pennellata”, le dice il suo compagno. Per marciare bene bisogna imparare l’arte del dondolare di qua e di là. Quel che fa Maria che ondeggia da una parte all’altra mentre cammina al freddo lungo le strade in salita e nebbiose del Terminillo. Un movimento ondivago insito nella sua persona che da un lato accetta di doparsi e dall’altra si ribella.

Un vero e proprio Slalom dei sentimenti e delle emozioni. Non per il doping, ma in questo suo “ondeggiare” e nel raccontare il tormentato rapporto tra una ragazza che sogna di diventare una campionessa e il suo allenatore senza scrupoli (primo sponsor, ma al tempo stesso la sua più grande “porta di controllo”) questo film ne ricorda un altro, bellissimo, passato lo scorso anno in concorso ad Alice nella città e diretto da Charlène Favier. Si intitolava proprio Slalom.

Lì era una sciatrice, qui è una marciatrice: tutte e due sono alla ricerca della propria identità ed entrambi i film riescono a “pennellare” perfettamente le ombre dietro la vita di un’atleta in una quotidianità fatta di allenamenti.

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