Somewhere

In Concorso una personalissima Sofia Coppola, che chiude i conti col padre rilanciando il suo cinema dell'inautenticità. Ripetendosi, ma con rigore

4 Settembre 2010
3/5
Somewhere
Somewhere

La vita di Johnny Marco (Stephen Dorff) gira a vuoto come la sua Ferrari, nell’incipit. Un divo del cinema hollywoodiano, abbonato ai suoi agi e alle sue miserie. Un feticcio del grande schermo, una “nullità” (Ipse dixit) nel quotidiano. Che Johnny del resto vive nella finzione: il suo nido è una suite del Chateau Marmont, santuario dello showbiz californiano, dimora a cinque stelle e non-luogo; le sue giornate trascorrono non identiche ma uguali: conferenza stampa, photo-call, make-up, gente che va e gente che viene, avventure occasionali. E lui che difficilmente le porta a termine. Destinato a non toccare mai la sostanza delle cose, manca quasi sempre il gesto: con due procaci ragazze si limita a consumare uno spettacolino di lap-dance in camera, con un’altra si addormenta nell’atto, e persino quando gli danno la parola nella grottesca sequenza italiana dei Telegatti viene interrotto da un improbabile balletto (con Valeria Marini).
Impotenza, ecco un modo di inquadrare la sua esistenza. La Coppola – che porta in gara al Lido Somewhere, chiudendo forse i conti con il proprio passato, e i sospesi con l’ingombrante padre (Francis Ford) – gira un film che è il correlato emotivo dell’attitudine del suo protagonista: apatico. Sarcasticamente crudele nell’iterare gesti e parole fasulle, monotono perché rituale, algido perché resta incollato al mondo esteriore e al suo copione, del film come della vita di Johnny. Proprio la sovrapposizione tra il diegetico e il discorsivo è il punto di forza della pellicola. Che sembra volere assimilare la lezione di Schrader sul trascendentale (filmico) – ricordate? Il trascendentale è il frutto di tre momenti distinti: il quotidiano, la crisi, la stasi – adeguandone lo schema al prosaico universo dello star system. Così, alla descrizione dell’impasse segue il momento di frattura, ovvero l’incontro con la figlia undicenne Cleo (Elle Fanning). Esso aprirà una crepa nel mondo-acquario di Johnny. Un’esperienza di autenticità che è preludio a un cambiamento esistenziale. La stasi di Johnny non coincide tout court con un ritorno al quotidiano illuminato dal “trascendente”, ma con un vero e proprio risveglio alla vita.
La Coppola ha il merito di non pigiare sul pedale sentimentale, lasciando che l’evoluzione della storia avvenga senza sussurri e grida, quasi per caso. Una scelta che potrebbe lasciare lo spettatore – posto di fronte a una trasformazione priva della tradizionale enfasi narrativa – perplesso, se non addirittura freddo. Ma che è formalmente coerente con l’assunto. D’altra parte cosa c’è di più inesprimibile, immediato e naturale della meccanica degli affetti? In quale altro modo “enunciare” i salti del cuore? Nel finale il protagonista si rimette in macchina, come all’inizio del film. Non sappiamo dove andrà, ma sappiamo che stavolta andrà avanti. L’augurio è che lo possa fare anche la Coppola. Somewhere chiude definitivamente la prima stagione del suo cinema. Un’altra puntata ancora sarebbe di troppo.

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