Nowhere Special

Uberto Pasolini e il fine vita di un padre: commovente, nitido, con un superbo James Norton. A Orizzonti

10 Settembre 2020
3,5/5
Nowhere Special

John, incarnato superbamente da James Norton, è un lavavetri trentacinquenne, e padre single: cresce da solo Michael (Daniel Lamont), quattro anni, perché la compagna se n’è andata poco dopo il parto. È premuroso, affettuoso, buono, ma non durerà, non può: una malattia gli lascia pochi mesi di vita, sicché Michael insieme ai servizi sociali si mette alla ricerca di una famiglia a cui lasciare il figlio.

È Nowhere Special, opera terza di Uberto Pasolini, che torna a Venezia, Orizzonti, dopo il successo di Still Life (2013): non ha quella originalità né quella sorpresa, ma la temperatura umana, la sensibilità poetica e il nitore emotivo sono gli stessi. La commozione, dunque, è questa conosciuta, affidata a un uno-due padre e figlio istruito dalla quotidianità e condannato alla temporaneità: mutuata da una storia vera, la parabola di John apre a temi pe(n)santi e struggenti, dall’eredità affettiva all’affido, dal lascito paterno all’adozione, tutti riflessi negli occhi-specchio sul mondo di Michael.

Difficile sottrarsi dall’abbraccio, e dal carico, di Nowhere Special, che pure prova a tenere a bada il sentimentalismo e il ricatto melodrammatico: pur con qualche caduta retorica, il lavaggio di un negozio di pompe funebri, e qualche affondo enfatico, il proprietario stronzo e danaroso, che ci saremmo volentieri risparmiati, Pasolini, anche sceneggiatore, tiene la camera su John e Michael trovando la giusta distanza e la giusta altezza, a metà tra i due.
Il lavoro, le parentesi domestiche, la ricerca di una famiglia adottiva, con annesso campionario umano dei papabili: i ricchi e algidi, gli schizzati benestanti, i fricchettoni, i dimessi di buon cuore, la single, la vita che presto non sarà più di John nondimeno è vitale più che terminale, ineluttabile più che inconsolabile, in sintesi riguadagnabile empaticamente dallo spettatore.

Grande merito, oltre che al regista, va a Norton, capace di un one man show sommesso, sottratto, che non lascia scampo tanto a lui quanto a noi: avercene, di interpreti così, capaci di apparire subito sullo schermo ombreggiati dal destino, gli occhi pesti ma lo sguardo lungo. Finché potrà essere, finché Michael gli si rivolgerà, dal basso in alto. Cercando papà, allontanando il cielo.

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