Nomad: in the Footsteps of Bruce Chatwin

Affinità elettive o corrispondenza di amorosi sensi? Werner Herzog in scia all'amico scrittore, con qualche ombra. Alla XIV Festa di Roma

17 Ottobre 2019
2,5/5
Nomad: in the Footsteps of Bruce Chatwin

Affinità elettive o corrispondenza di amorosi sensi, per restare in ambito ottocentesco. È ciò che legava lo scrittore-viaggiatore Bruce Chatwin e Werner Herzog, il quale ha dedicato all’amico scrittore Nomad: in the Footsteps of Bruce Chatwin, documentario sentimentale su queste affinità e corrispondenze.

Per celebrare i 30 anni dalla morte dell’amico, Herzog prepara lo zaino da viaggio che questi gli aveva regalato prima di morire e intraprende un viaggio lungo le rotte già descritte da libri come In Patagonia o Il viceré di Ouidah da cui lo stesso Herzog trasse Cobra verde. Ricordi, testimonianze, luoghi per sancire soprattutto il diario di un rapporto personale. Autoreferenziale come molti dei suoi ultimi documentari, ma qui con una giustificazione emotiva, Nomad: in the Footsteps of Bruce Chatwin è un documentario standard e convenzionale, impegnato a cercare di costruire e ricostruire tutti i fili di una vita e di illustrare la passione per i viaggi e il nomadismo che legò le due personalità.

Herzog scandisce il film con la sua voce fuori campo, descrive foto e rimembra attimi, conduce lo spettatore attraverso i percorsi impervi che ha compiuto con o come Chatwin e cerca di porre l’opera e l’amore per il viaggio dell’amico in un contesto artistico e antropologico, prima di rompere gli indugi e mettersi in scena in prima persona, come intervistatore e testimone, parlando più della sua amicizia e dell’influenza artistica che dell’amico.

Eppure nella sfacciataggine con cui Herzog racconta di sé e riconduce parte del discorso al suo ego sta la sincerità del film, quel modo esplicito che in un certo senso esonera il film dal narcisismo e lo porta a emozionare il pubblico: certo, non riesce a farlo con lo stile o con la regia (anzi, sconta una partenza stentata), ma proprio grazie alla sua voce, all’uso delle musiche di Ernst Reijseger, alla calma con cui fa emergere l’amicizia dentro i luoghi. Fregandosene delle potenzialità estetiche e visionarie e parlando di sé come (e attraverso l’) amico. Come uno specchio di Kinski, il mio nemico più caro.

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