L’événement

La francese Audrey Diwan prende dalla connazionale Annie Ernaux e inquadra il dramma dell'aborto clandestino: solido, determinato, chiuso

6 Settembre 2021
3/5
L’événement

Il dramma dell’aborto clandestino in L’événement della regista e sceneggiatrice francese Audrey Diwan, che in Concorso a Venezia 78 adatta il libro omonimo, in Italia L’evento, di Annie Ernaux. La scrittrice transalpina (Il posto, Gli anni, Una donna) vi ha travasato la propria esperienza biografica allorché nel 1963 da studentessa universitaria ventitreenne si decise a un’interruzione di gravidanza in un’epoca in cui l’aborto era illegale in Francia, sicché chi l’avesse subito, praticato o adiuvato sarebbe finito in carcere.

A sua volta scrittrice, la libanese d’origine Diwan dopo l’esordio Mais vous êtes fous (2019) prende da Ernaux e firma un’opera seconda calibrata, strutturata e determinata, ideologica senza essere programmatica, ottimamente interpretata da Annamaria Vartolomei cui tocca la descrizione fisica, sopra tutto, dell’aborto forzatamente clandestino che ne squassa il percorso di studi, l’affaccio sul futuro, il quotidiano di ragazza seria, volenterosa e financo volitiva.

Diwan ne indaga il microcosmo, le amiche che si scansano, i coetanei che si sottraggono colpevolmente o ci “provano” meschinamente, i ginecologi che alzano le mani o prescrivono fraudolentemente farmaci antiabortivi, la famiglia che non sa, i professori pure, e lei Anne che va avanti nelle certezza del dovere perché il diritto le è, a lei e altre, negato.

In direzione ostinata e contraria, L’événement si fa quale film chiuso e monolitico, con la caparbia risoluzione di Anne, la durezza delle scene abortive, e poco spazio poetico perché lo spettatore possa entrare e riflettere e non solo assistere.

Diwan sta sulla prova fisica e sul guadagno ideologico, non cade mai nel sentimentale ma nemmeno trova l’empatia, sopra tutto, non dà adito a considerazioni etiche, non si interroga al riguardo, non infiltra il dubbio, risolvendosi nel pragmatico, ovvero nell’esecuzione di una volontà non dialettizzata né discussa.

Una sfida dolorosamente vinta, passibile di premi.

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