Le invisibili

A tu per tu con le clochard parigine: recitano, sì, ma le loro storie sono vere. In un film che scava dentro la solitudine femminile con ironia e leggerezza

16 Aprile 2019
3,5/5
Le invisibili

Sono trasparenti per la società. Anche se puzzano, si muovono per la città con le mani occupate da pacchi trasbordanti. O sono assassine o portano il velo come la loro religione propone, impone.

Sono senza tetto e senza famiglia, e si presentano ogni giorno, pochi minuti prima delle otto del mattino all’Envol, un centro diurno parigino per donne clochard, dove recuperano la dignità giornaliera nella cura personale. Ma non solo.

Non vogliono dormire in un centro notturno, freddo e accogliente come un hotel. Non cercano quello. Cercano altro nella vita. Una stabilità affettiva e donne disposte a sopportare con loro le conseguenze della loro invisibilità.

Per gli altri, il Comune parigino ad esempio, sono un peso “economico” e lo sono soprattutto per la polizia che, eseguendo ordini di sicurezza, sgombera le tende di notte, distrugge baracche e posiziona blocchi che impediscono di dormire sulle panchine cittadine o sulla striscia di terra che separa le vetrine del negozio dalla strada.

Sono Le invisibili di Louis – Julien Petit, successo che ha inaugurato la stagione cinematografica francese del 2019, in cui ha incassato ben 10 milioni di euro.

Tratto da Sur la route de las invisibles, scritto da Claire Lajeunie, (che ha girato anche il documentario Femmes Invisibles – Survivre à la rue), il film di Petit è una commedia agrodolce che scava dentro la solitudine femminile con ironia e leggerezza.

La forma è finzionale, ma il materiale filmico è reale: tutte le clochard (tranne l’attrice Sarah Suco) non sono professioniste del set, ma sono senza tetto che il regista ha voluto conoscere, incontrare per un anno frequentando diversi centri francesi.

Recitano, ma le loro storie sono vere. Come lo sono le esistenze, anche se trasformate in personaggi, delle dirigenti (Audrey Lamy, Corinne Masiero, Brigitte Sy e Noémie Lvovsky) che guidano l’istituto diurno, e che nella solidarietà hanno costruito la loro esistenza.

Eppure non è un film sul disagio, sulla povertà. Anzi. Forse ci si sarebbe aspettato più coraggio scenico, senza dover necessariamente abbandonare la chiave comica, nel mostrare la trascuratezza, l’indigenza, la carenza dei mezzi materiali.

La sceneggiatura punta le sue carte migliori sui bisogni interiori e esteriori di chi, dentro il centro diurno, con o senza casa, è sopraffatto dalla solitudine relazionale.

Le invisibili, poi, non è un film di regia. La macchina da presa si muove con linearità e neutralità; è totalmente al servizio dei personaggi. Entra dentro l’interiorità femminile di chi, bloccato dalle regole del mondo esterno, ha competenze, ha un passato professionale e non ha il coraggio di costruire un futuro diverso.

È un film ricco di sfumature psicologiche, in cui le donne sanno identificare, senza moralismi, le condizioni precarie di chi è vittima e di chi fa del vittimismo la sua lotta.

E anche se si ride e sorride, quei volti e quelle esistenze raccontano quanto sia irrespirabile una vita di umiliazioni subite e di verità dure da ascoltare.

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