Il vegetale

Gennaro Nunziante baratta Checco Zalone con Fabio Rovazzi, il cialtrone straitaliano con un Candide alieno: no, non è la stessa cosa

12 gennaio 2018
2,5/5
Il vegetale

Un po’ di considerazioni su Il vegetale, primo film di Gennaro Nunziante senza Checco Zalone, alias Luca Medici, per protagonista. Al suo posto, Fabio Rovazzi, anzi, Rovazzi è basta, quello di Andiamo a comandare, quello che cantante è troppo e troppo poco insieme, quello sodale di Fedez.

Non è facile, anzi, è impossibile sostituire in un quadro non dissimile il punto focale, ovvero Checco: Nunziante, che firma anche la sceneggiatura, divide quella ingombrante eredità tra Rovazzi e Alessio Giannone, il Pinuccio del web, cui tocca la parte del pugliese a Milano, con accento, monolocale condiviso e sushi take-away non per cena ma per professione.

Veniamo a Rovazzi, che interpreta Rovazzi, un 23enne che distribuisce volantini, ha una sorellina estranea, non ha la madre, ha un padre (Ninni Bruschetta) furbetto del quartierino che schianta la Mercedes su un albero e sta in coma: che fare? Farsi fregare, ovvero farsi sfruttare, lui così onesto e ligio, dal mondo del lavoro: da Milano finisce a Turano, nel reatino, a raccogliere pomodori unico bianco tra gli africani. Lo chiamano stage, e lui ci si mette anima e corpo: conosce un misterioso signore (Luca Zingaretti) e una insegnante a modino (Paola Calliari), e chissà che succederà.

Il vegetale si fa prendere un po’ il tavolo (di sceneggiatura) e la camera dal titolo che s’è scelto: naif, dimesso, nerd come Rovazzi, è una variazione sul tema del Candide. L’ennesima, direte. Stante qualche gravoso problema di sceneggiatura – la linea del radical chic Zingaretti traballa – e un Rovazzi monotono e passivo forse oltre misura di copione, la commedia sconta tra piattezza, qualche stracchezza e eccessiva lunghezza percepita (dura solo un’ora e mezza in realtà) sconta un irrisolvibile problema antropologico: come, per dirne uno, già accaduto a L’intrepido di Gianni Amelio con Antonio Albanese, il protagonista buono, onesto e disarmato in Italia non funziona. Ci è alieno, ci è estraneo: aridatece il cialtrone, lo sbruffone, il fanfarone, il furbo e disonesto e, s’intende, fatelo precipitare. Che c’azzecca l’anima bella, ovvero il vegetale che – è il suo percorso esistenziale – diventa vegetariano?

Manca, in altre parole, l’irresistibile cialtronaggine di Checco, la sua meschineria cattivella, la sua deprecabile e travolgente italianità: come si fa a empatizzare davvero con uno migliore di noi, Rovazzi, non per un di più ma per un di meno? A quel punto serve Tati, serve Monsieur Hulot, serve una vis comica che Rovazzi, e Nunziante, fanno baluginare solo sporadicamente. Certo, c’è Pinuccio, ma è parentetico, collaterale, comprimario.

Due ultime cose, questo è un film di Checco Zalone senza Checco Zalone: capite bene. Infine, se e quando lo vedrete provate a pensarci: chi vi ricorda il papà Ninni Bruschetta?

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