Easy Living – La vita facile

Opera prima anomala e grezza, che fugge le solite comfort zone del panorama cinematografico: plot fatto di piccole cose e grandi sentimenti

24 Settembre 2020
3/5
Easy Living – La vita facile
Easy Living - La vita facile

Se c’è una cosa che colpisce e che fa la differenza in Easy Living è il suo sfuggire alle facili omologazioni, alle sicurezze di una comfort zone, ma soprattutto alle etichette.

L’opera prima dei fratelli italo-giapponesi Peter e Orso Miyakawa, ben accolta lo scorso novembre al Torino Film Festival e ora nelle sale in cerca di ulteriori consensi, è un “oggetto” audiovisivo anomalo e grezzo, che si aggira nel panorama cinematografico come un corpo estraneo.

Il che lo rende una spiazzante mina vagante da intercettare e fruire con curiosità, poiché la sua natura narrativa, drammaturgica, oltre che estetico-formale, è il risultato di un modus operandi che fa dell’istinto da una parte e del carattere evocativo dall’altro (patina anni Ottanta, zoom a schiaffo e spirito da B movie), il carburante che ne alimenta il motore.

Il DNA è quello di una commedia dai toni malinconici e vintage, mescolati senza soluzione di continuità con uno humour volutamente sopra le righe, dal retrogusto british, ma mai sgarbatamente invasivo.

Quanto basta per costruire un plot fatto di piccole cose e di grandi sentimenti, quelli che legano i fili di un coming of age in cui la realtà contemporanea dei migranti di Ventimiglia viene filtrata dallo sguardo di un adolescente e trasformata in avventura.

Easy Living – La vita facile

Un’avventura al seguito di una galleria di strambi personaggi fuori dagli schemi, consumata nel vero senso della parola in un luogo al confine dove l’attesa estenuante e la tensione latente sono all’ordine del giorno.

Quattro ragazzi con storie di vita e di estrazione sociale differenti, uniti da un solo scopo, quello di aiutare un giovane immigrato a passare il confine con la Francia, è il baricentro su e intorno al quale ruota il film.

Una “missione” rocambolesca che presta il fianco a una tematica, quella della migrazione clandestina, sempre attuale, complessa da maneggiare, ma che gli autori scelgono coraggiosamente di declinare in una chiave leggera, con un tocco di speranza mista a umanità che ammorbidisce un dramma di fondo che sembra non avere fine.

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