Croce e delizia

Dopo Moglie e marito, il regista Simone Godano non molla il formato famiglia, ma non trova la società

27 Febbraio 2019
2/5
Croce e delizia

Dopo Moglie e marito il regista romano Simone Godano torna dietro la macchina da presa con una storia che in qualche modo continua il discorso intrapreso nella sua opera prima. Una storia più realistica della prima (nella quale avveniva uno scambio di corpi tra un uomo e una donna) ma paradossalmente meno convincente e soprattutto meno divertente. Questa volta al centro della scena c’è una coppia gay, interpretata da Fabrizio Bentivoglio e Alessandro Gassmann, che vuole comunicare la propria scelta di vita alle relative famiglie. L’annuncio del loro amore, sbocciato a cinquant’anni suonati, scardinerà gli equilibri di tutti e in primis dei loro rispettivi primogeniti: la figlia snob e problematica del primo (Jasmine Trinca) e il figlio pescivendolo e coatto dell’altro (Filippo Scicchitano).

Con il sostegno produttivo e creativo di Matteo Rovere, Simone Godano, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Giulia Steigerwalt, vuole mettere in scena una storia che va contro gli stereotipi. Lui fa di tutto per evitarli, ma alla fine ci cade con tutte le scarpe. Non tanto per la coppia gay assolutamente non macchiettistica e non inverosimile (la scena del ballo tra Gassmann e Bentivoglio è forse una delle migliori), quanto per tutto il contorno. Troppo snob, ai limiti dell’irritante e del noioso, la famiglia di Bentivoglio con una figlia (Trinca) piuttosto psicopatica e soprattutto poco ironica (sebbene sia stata più volte sottolineata l’inusuale veste comica dell’attrice) e con un’ex moglie (Anna Galiena) così radical-chic e fasullamente open-minded tanto da risultare caricaturale.

Troppo coatta e becera la famiglia di Gassmann per quanto la genuinità alla base dei loro sentimenti risulti comunque meno infastidente dell’ipocrisia degli altri. Di fatto manca completamente un discorso e soprattutto una riflessione sull’accettazione di questa coppia gay tardiva e tutto si riduce a una serie di scaramucce viste e riviste (soprattutto al cinema, uno per tutti: Come un gatto in tangenziale) tra due famiglie di condizioni sociali differenti sulla costa del litorale romano. Poco chiara poi la scelta di evitare un’eventuale visione più ampia della questione. La società è lasciata ai margini e tutto si riduce ad un’unica scena nella quale i pescatori commentano schifati il bacio tra i due protagonisti, uno dei pochi momenti che ti strappa una risata. In poche parole una commedia che è più croce che delizia.

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