Contagion

Partenza shock e dispersione del punto di vista: pandemia planetaria e paranoia secondo Soderbergh, Fuori Concorso

3 Settembre 2011
3/5
Contagion
Matt Damon in Contagion

Giorno 2: Beth Emhoff (Gwyneth Paltrow) fa scalo in un terminal di Chicago per il volo che la riporterà a casa dopo un viaggio di lavoro ad Hong Kong. 48 ore dopo, a Minneapolis, la donna muore. Contemporaneamente, in altre parti del mondo (Chicago, Londra, Parigi, Tokyo), altre persone presentano gli stessi sintomi che hanno anticipato la morte di Beth: tosse e febbre, attacchi ischemici, emorragia cerebrale. Il contagio si dirama alla velocità della luce, i ricercatori del Centro Usa per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie si mettono in moto per comprendere la natura dell’agente patogeno e tentare di interromperne la catena, mentre un blogger attivista (Jude Law) inizia a diffondere a livello planetario un altro tipo di “virus”, quello della paranoia, sostenendo che i cittadini non stiano ricevendo in maniera adeguata le dovute informazioni sulla realtà dei fatti.
E’ Contagion, nuovo film di Steven Soderbergh – oggi Fuori Concorso alla Mostra – scritto come il precedente The Informant! da Scott Z. Burns e interpretato da un cast all star: oltre ai sopra citati, Matt Damon (il marito di Beth), Kate Winslet (dottoressa incaricata di valutare sul campo tutti i rischi possibili), Laurence Fishburne (vice direttore del CDC) e Marion Cotillard (epidemiologa dell’OMS inviata a Macao per rintracciare l’origine del contagio).
E’ un film che parte con lo stesso, altissimo ritmo con cui si sviluppa la pandemia raccontata sullo schermo, Contagion: da una città all’altra, giorno dopo giorno, all’aumento esponenziale delle vittime corrisponde l’innalzarsi del grado di paranoia che – in parallelo – inizia a contagiare l’intero pianeta. Si divarica il punto di vista, il centro è il virus: e lo spettatore, in sala, incomincia a sospettare di qualsiasi colpo di tosse proveniente dalle vicinanze. L’intento di Burns e Soderbergh è dichiarato da una volontà di realismo (lo scoperchiamento del cranio della Paltrow nella scena dell’autopsia…) e accuratezza (tutto l’iter scientifico e “istituzionale” per comprendere, circoscrivere il fenomeno e per capire in quale maniera informare il mondo) che esplode sin da subito e che non lascia spazio (né tempo) ad ulteriori riflessioni: non sai perché, non sai come, ogni persona intorno si ammala e muore. Non puoi aiutare (moriresti), non puoi fuggire (le città saranno messe in quarantena), il cibo scarseggia, cresce l’ostilità. Ma non muore la speranza, custodita forse in un farmaco omeopatico – secondo quanto sostiene il blogger – e nella continua ricerca della dottoressa Hextall (Jennifer Ehle) per tentare di sintetizzare il vaccino.
Il grande pregio del film, però, finisce paradossalmente per trasformarsi nel suo più grande limite: arrivato al culmine della sua corsa, tanto il virus quanto “il” Contagion sembrano tornare in cerca dei tanti personaggi abbandonati lungo il cammino, su tutti Marion Cotillard, rapita in precedenza dagli abitanti di un piccolo villaggio per garantirsi la priorità nell’accesso alle cure. Ma è un tentativo che non convince, che anzi quasi tradisce il perfetto equilibrio di caos e tensione della prima parte: fino a ritornare al Giorno 1.

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