Bronx

Olivier Marchal gioca a guardie e ladri con alzo nichilista: sceneggiatura pasticciona, ma stile ed eccitazione non mancano. Su Netflix

14 Dicembre 2020
3/5
Bronx
© Mika Cotellon

Che Olivier Marchal ci sappia fare con le maniere forti non lo scopriamo oggi. Da L’ultima missione, forse la sua vetta, a 36 – Quai des orfèvres e La truffa del secolo, il regista francese declina il poliziesco come se facesse a botte: a terra rimane più d’uno, l’orizzonte è no future, il manicheismo esanime, guardie e ladri indistinti, ovvero – lo dobbiamo qui a Claudia Cardinale – con il solo distintivo a sparigliare, altro che morale.

Su Netflix, peraltro piazzato in sordina, c’è Bronx, un titolo quasi inconsulto – a meno non voglia ricambiare il favore con Il braccio violento della legge… – ché si applica a Marsiglia, dove la guerra tra sbirri e criminali è senza  quartiere, intestina, sanguinaria: poliziotti contro poliziotti, spacciatori contro spacciatori, tutti contro tutti, ché il più pulito, anche in Questura, c’ha la rogna.


L’eroe, altezza, chioma e sguardo lo sono, spetta a Lannick Gautry, un bel tipo che in Italia non abbiamo e su cui Oltreoceano dovrebbero farci un pensierino: vive al di sopra della legge che dovrebbe far rispettare, dorme al porto con la moglie incinta e meravigliosa su un catamarano, e ha dei colleghi alla Bri (Brigata di ricerca e intervento) che paiono più scudieri. Ah, anche il nome vuole la sua parte, dostoevskiana: Wronski, Richard Wronski, si chiama.

Tra corsi (della Corsica) fratricidi e ricorsi storici, poliziotti corrotti, ricattati e padreterni, Bronx ha tutte le sfumature della turpitudine, e il Bene al massimo è esternalità positiva di una volontà di potenza, e sopraffazione, individuale: vivere e morire a Marsiglia, con echi importanti, dal citato Friedkin a Melville, passando per Michael Mann, e volti importantissimi, dalla Cardinale che avrebbe meritato più spazio a Jean Reno e Gérard Lanvin.

Molto non funziona, l’eccesso di scrittura, ovvero confusione e didascalismo insieme, si fa sentire negativamente, come se Marchal sceneggiasse for dummies: certi snodi sono talmente scoperti e pletorici da alzargli le mani, ma sa farsi perdonare Olivier.

L’attacco all’alba di Wronski e sodali è inintelligibile è fascinoso, davvero manniano, il fuggiasco che si tiene la pistola col mente un colpo di classe, e l’epilogo uno spregio riuscito a pietas e poetica insieme: sa girare, Marchal, e sa eccitare nel mentre. Se solo levasse enfasi, sfrondasse spiegoni e aguzzasse l’ingegno, lui o chi per lui, al tavolo di scrittura, saremmo a cavallo: già, non si uccidono così anche i cavalli? E pensare, lo pensavamo di Wronski, che li volevamo cavalieri. Ah, occhio al cavaliere nero, piuttosto.

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