Birdman

Iñárritu apre le ali e dà il via, in Concorso, a Venezia 71. Con un grande Michael Keaton e l'incredibile fotografia di Lubezki

27 Agosto 2014
4/5
Birdman

Riggan Thomson (Michael Keaton) sta per esordire a Broadway. Stella del cinema tramontata – fino agli inizi dei ’90 iconico supereroe dietro il costume di Birdman -, oggi, a 60 anni suonati, l’attore tenta di ricostruirsi un’immagine partendo da un testo di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore.
L’impresa è ardua, però: alle continue discussioni con l’amico, produttore, avvocato Jake (Zach Galifianakis) si aggiunge poco dopo la difficile gestione del nuovo arrivato Mike (Edward Norton), attore talentuoso ma uomo impossibile, per non parlare del rapporto conflittuale con la figlia Sam (Emma Stone), fresca di rehab, e della difficile relazione con la collega di palco Laura (Andrea Riseborough). Naturalmente sono in pochissimi a dargli credito, men che meno la temibile critica teatrale del New York Times, Tabitha Dickinson (Lindsay Duncan), decisa a stroncarlo ancor prima di vedere la piece. Oltretutto, c’è qualcuno da cui Riggan proprio non riesce a liberarsi: Birdman, che non smette un secondo di incitarlo a mollare tutto e ritornare a volare. A reindossare la maschera dell’effimero per sentirsi, ancora una volta, vivo.

Dopo Gravity di Alfonso Cuarón, la Mostra di Venezia regala un’altra, straordinaria apertura: è Birdman – O le imprevedibili virtù dell’ignoranza di Alejandro González Iñárritu: lontanissimi tra loro, i due film sono accomunati da un particolare di non poco conto, Emmanuel Lubezki, tra i più grandi direttori della fotografia contemporanei, artefice di un ulteriore “miracolo” cinematografico. Dal camerino al palcoscenico, dai marciapiedi di Broadway alla platea del teatro, dal tetto del palazzo al cielo di New York: il primo “stacco” arriva un’ora e cinquanta minuti dopo l’inizio del film, che tentando di mescolare cinema-vita-teatro produce effetti stranianti e totale empatia con i personaggi. E’ un flusso ininterrotto, un pianosequenza ardito e sporco, un vortice che risucchia sguardo e emozioni: per riflettere su dicotomie ataviche come arte vs. intrattenimento, popolarità e prestigio (“La fama è la cugina zoccola del prestigio”, cit.), realtà e messa in scena, che non risparmia attacchi all’aridità di posizioni radicali (la figura del critico) o alla vacuità dei social network e si interroga, a suo modo, sulla disperata ricerca d’amore di ogni essere umano.

Iñárritu scopre un nuovo modo di fare cinema, si mette in gioco ancora una volta, realizza forse la sua opera più libera e sincera, supera definitivamente la “fase Arriaga” e si svincola dai ricatti emotivi (Biutiful), raggiungendo con Birdman il punto più alto della sua filmografia. Anche grazie alla prova maiuscola del redivivo Michael Keaton (i due Batman con Tim Burton sono rimando sin troppo limpido), che non a caso riporta alla mente il Mickey Rourke di The Wrestler (operazione, quella di Aronofsky, poi non così dissimile a questa) e dell’intero cast tutto, da Edward Norton a Galifianakis, fino a Naomi Watts.

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