Atlantis

In Orizzonti a Venezia 76 il grido feroce di Vasyanovych sul conflitto russo-ucraino

7 Settembre 2019
4,5/5
Atlantis
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Ucraina orientale, anno 2025: la guerra contro la Russia è appena terminata. Atlantis, tra le visioni più intense della sezione Orizzonti di Venezia 76, mette in scena un percorso tarkovskijano nell’impero perduto del Donbas, un tempo tra i territori più ricchi e sviluppati del paese, ora trasformatosi in un deserto inadatto alla vita, tra distese di cimiteri e corpi da dissotterrare.

Ogni cosa ha un inizio e una fine, ci avverte Vasyanovych con le immagini a raggi infrarossi poste a prologo ed epilogo del film. In mezzo, serve una strada sicura da percorrere attraverso la “zona” (i riferimenti a Stalker, tematici e lessicali, sono una costante all’interno dell’opera).

 

È quello che tenta di fare Sergeij (Andriy Rymaruk), ex soldato colpito da una grave forma di stress post-traumatico. In un paese in rovina è impensabile un ritorno alla vita di un tempo: le fabbriche chiudono, il lavoro non c’è, tanti cercano la liberazione nel suicidio. Ma Sergeij trova una possibilità di salvezza: si unisce a una missione volontaria di recupero dei cadaveri di guerra. Scavare, ritrovare e dissotterrare i corpi. Dare degna sepoltura ai difensori dell’Ucraina “temporaneamente non identificati”. È questa la terapia che permette al protagonista di restituire parziale significato alla propria vita e di trovare, lungo un percorso sicuro, il calore umano di Katya.

C’è dunque via di uscita dal conflitto tra Russia e Ucraina? Vasyanovych si dichiara ottimista, ma denuncia l’urgenza di porre fine alla guerra. I problemi più gravi non sono quelli politico-economici, bensì quelli umani ed ecologici. L’acqua inquinata degli stabilimenti abbandonati sta avvelenando la terra, i campi rimangono incolti, nulla nasce più.

Di Atlantis rimangono indimenticabili i lunghi piani sequenza delle autopsie, con inquadrature geometriche e fisse, dominati dal realismo più crudo e potente. Una visione non certo facile, ma necessaria. D’altra parte il regista ucraino, già produttore e responsabile della fotografia di The Tribe, film scandalo di Cannes 2014, non è nuovo a questa tipologia di cinema: feroce e crudele, ma non per questo privo di speranza sul futuro.

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