A Quiet Passion

Un film che come la sua protagonista non dimostra, ma rivela: Emily Dickinson secondo Terence Davies

12 giugno 2018
4/5
A Quiet Passion

Girare un film biografico su una delle personalità letterarie più riservate e dalla vita meno movimentata (seppur solo esteriormente) non dev’essere impresa facile. Tantomeno se si si tratta di confrontarsi con uno dei massimi poeti della letteratura moderna. Eppure in A Quiet Passion Terence Davies riesce magistralmente nell’intento di ritrarre la grande Emily Dickinson (1830-1886) rivelandone la complessità, l’intensità e un anticonformismo del tutto particolare.

Nessun compromesso quanto a questioni dell’anima: questo l’imperativo intimo di Dickinson su cui Davies più insiste. In più di una scena Emma Bell (una giovane Dickinson) e poi Cynthia Nixon (in panni lontanissimi dalle avventure sessual-sentimentali della Miranda di Sex & the City per cui è nota al grande pubblico) mostrano il carattere ribelle della poetessa, incapace di piegarsi davanti a convenzioni e imposizioni di qualsiasi tipo e pronta a considerarle con tanta ironia quanta era la sua fermezza nel respingerle. Un’ostinazione e una fermezza in materia esistenziale che si accompagnano a un amore profondo per la sua famiglia, con cui vivrà fino alla morte.

Se la trasformazione da ragazza ribelle a donna adulta è contratta in una manciata di secondi (in una sequenza che vede invecchiare tutti i componenti della famiglia Dickinson nel tempo di posa di uno scatto, e che racchiude tutta l’angoscia dell’inesorabile trascorrere del tempo), nel resto di A Quiet Passion Cynthia Nixon ritrae i mutamenti dell’animo della poetessa in infinite sfumature progressive. In quella che sembra una discesa verso territori dell’esistenza sempre più cupi, dove il ritmo di conversazioni ottocentescamente quick-witted si fa pian piano meno incalzante e gli unici eventi degni di nota hanno sapore di morte, malattia e tradimento, è la poesia a squarciare con quieta luminosità un abisso altrimenti disperato. I versi punteggiano il film, recitati meravigliosamente dalla voce fuori campo di Nixon: una selezione dalle circa 1800 poesie scritte da Dickinson e pubblicate quasi interamente dopo la sua morte, impareggiabili nel loro affrontare con meraviglia e astratta concretezza il mistero della vita ma soprattutto della morte.

Le immagini pulite, luminose e ben composte riescono a racchiudere qualcosa di sempre nuovo nonostante l’ambientazione monotona del film (che, come la vita di Dickinson, si svolge quasi interamente all’interno della residenza paterna ad Amherst nel Massachussets). Quello che in una scena del film viene detto a Emily – “tu non dimostri, ma riveli” – sembra costituire una linea guida nella regia di Terence Davies: le sue immagini e il suo montaggio lasciano allo spettatore una libertà che lo porta a individuare autonomamente quel che c’è da vedere. La calma apparente nelle immagini e nella riflessività della poetessa si concede qualche sfogo nei movimenti sinuosi della camera, che talvolta abbraccia circolarmente interi ambienti, e in un caso sfocia in una scena quasi visionaria dove il desiderio bruciante di Dickinson si materializza al di là delle sue poesie, prendendo corpo in un romantico notturno destinato a rimanere inesaudito.

A mancare alla poetessa, oltre a uno sbocco concreto per le passioni che si agitano dentro di lei, è anche il successo, mai arrivato in vita. Viene da pensare che dietro alla riuscita di A Quiet Passion ci siano una sensibilità e, in un certo grado, una frustrazione comuni a Dickinson e a Terence Davies, regista apprezzato sin da Voci lontane… sempre presenti ma poco conosciuto dal grande pubblico. Speriamo che questa volta il suo film, già accolto con entusiasmo all’estero, riesca a farsi valere anche in Italia.

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