Western alla veneziana

"I nostri spaghetti apprezzati in tutto il mondo" dice Muller. Che mette in Mostra la Storia segreta del genere
25 Luglio 2007
Western alla veneziana

“Siamo arrivati tardi, ma il lavoro sul western era così importante da richiedere una retrospettiva monografica”. Così Marco Muller, direttore della Mostra del Cinema di Venezia, presenta “Western all’italiana – Storia segreta del cinema italiano 4” in cartellone alla 64ma kermesse lagunare. Tardi perché Fernando Di Leo è morto il 1° dicembre 2003, sei mesi prima della Storia segreta 1 nel 2004. Sfortunata coincidenza per la quale Carlo Pedersoli aka Bud Spencer, testimonial con Giuliano Gemma della retrospettiva curata da Marco Giusti e Manlio Gomarasca, fa subito gli scongiuri. “Il western all’italiana – dice Muller – era un cinema popolare capace di dialogare con tutti gli spettatori. Inoltre, la sua fine è significativamente coincisa con l’assottigliarsi della partecipazione politica. Comunque sia, ancora oggi rappresenta il primo riferimento dei cineasti africani, che seguivano questi film nelle arene, senza bruscolini ma con altri semi, e di quelli asiatici”. Una rilevanza internazionale di cui Quentin Tarantino è soggetto in causa: il regista americano è il “padrino” di questa storia segreta. “E’ uno dei miei generi preferiti – dice Tarantino in un video-messaggio – dell’intera storia del cinema e, in particolare, del cinema italiano. Molti registi non hanno mai avuto il giusto riconoscimento. In Italia, a settembre, a Venezia, finalmente lo otterranno. Vi aspetto lì”. E tanti dei protagonisti al Lido erano oggi alla conferenza stampa romana: da Robert Hundar, prima stella del western nostrano, al produttore Alfonso Sansone, dal regista di Tepepa Giulio Petroni ad Alberto Dentice, oggi giornalista ma in passato cowboy ne Il grande duello di Giancarlo Santi, da Lars Bloch a Pasquale Squitieri, che diresse Gemma ne Il prefetto di ferro. La retrospettiva è stata resa possibile grazie al sostegno di Progetto Italia, società del gruppo Telecom, che oltre ad aver finanziato il recupero e il restauro di pellicole ormai introvabili porterà al Lido anche una collezione di memorabilia: dal poncho di Clint Eastwood al calesse di Claudia Cardinale di leoniana memoria. Se per Muller l’auspicio è che “questo cantiere aperto dalla Mostra possa essere continuato da altri”, per Marco Giusti “il gusto di Tarantino è il mio stesso a 12 anni: oltre ogni critica, eravamo e siamo dei fan. Tutti erano pazzi per fare questi film, ma nessuno a parte forse Morando Morandini li ha capiti”. “Vergognoso – ribatte Manlio Gomarasca – come si siano dimenticati questi film: gli spaghetti western sono tuttora moderni. Abbiamo cambiato modo di fare cinema, e ora è il tempo dell’orgoglio”. “Il western – conferma Gemma – mi ha dato notorietà, e gli dico grazie. Bello vedere oggi questo genere senza alcuna ombra di snobismo”. Se i western all’italiana (produzioni e co-produzioni) sono ben 451), la Storia segreta a Venezia ne metterà in cartellone 32 da I sette del Texas di Joaquin Luis Romero (1964) a Keoma di Enzo G. Castellari (1976), a cui si aggiungono quali eventi Una questione poco privata – Conversazione con Giulio Questi documentario di Gianfranco Pannone e Gonin no shokin kasegi (The Fort of Death) di Kudo Eiichi. Non solo, ad arricchire il menù western della Laguna ci saranno anche in anteprima mondiale due nuovissimi spaghetti: Sukiyaki Western Django diretto dal giapponese Miike Takashi e interpretato da Tarantino e Searchers 2.0 di Alex Cox.

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