Toy Story icona evergreen

Con Lightyear ritroviamo la saga Pixar nata negli anni ‘90 e sopravvissuta a cambiamenti culturali e soprattutto al gusto del pubblico
Toy Story icona evergreen
© 2021 Disney/Pixar. All Rights Reserved.

Vi è grande attesa per Lightyear – La vera storia di Buzz, 26° film Pixar dedicato a Buzz Lightyear, al ranger spaziale all’origine di quella linea di giocattoli, a cui dobbiamo uno dei due protagonisti della saga di Toy Story. Sarà una story unica nel suo genere, con Chris Evans a dare la voce a lui, Buzz, incaricato di svolgere il primo volo di prova sulla Star Command. Trovatosi naufrago con il suo equipaggio e il suo robot da compagnia Sox su un pianeta sperduto, 62 anni avanti nel tempo, dovrà guidare la ribellione contro l’esercito del malvagio Imperatore Zurg (doppiato da James Brolin).

Già il fatto che per la Pixar questo film sia il titolo di punta del 2022, è una conferma di quanto l’universo di Toy Story rimanga unico per importanza e iconicità agli occhi del grande pubblico.

Il 1995 fu non solo il giro di boa di quella che Mark McGrath ha definito l’ultima, vera, grande decade, prima di questo XXI secolo connesso a guerre, pandemie, instabilità e crisi economiche.

Quell’anno uscirono in sala capolavori come L’esercito delle 12 Scimmie di Terry Gilliam, Heat di Michael Mann e Seven di Fincher, ma sono state le avventure di Woody e Buzz ad assurgere a punto di svolta di quel decennio cinematografico, mostrandoci il futuro.

Fu un piccolo passo verso l’infinito e oltre creato dall’allora sconosciuta Pixar, che stupì pubblico e critica con quel primo, stupefacente, lungometraggio animato in CGI, un miracolo tecnologico che sancì un cambiamento tecnico e semantico senza precedenti nell’industria cinematografica.

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E proprio il cambiamento sarebbe diventato il grande, importantissimo tema della saga di Toy Story, nonché il segreto dietro una popolarità che è sopravvissuta a cambiamenti culturali e storici, e al mutare del pubblico e dei suoi gusti. Gli anni ‘90 catapultarono un’intera generazione dentro ad un futuro, che li rese completamente differenti da chi li aveva preceduti. Il concetto di innovazione era l’unico che contasse, con l’informatica e le nuove tecnologie, l’alba dell’era di internet, i personal computer in ogni casa, i cellulari, i dvd, ma soprattutto il fenomeno videoludico.

Si pensava che PacMan, Tetris e Super Mario fossero il meglio a cui si poteva aspirare, invece nel 1994 era arrivata la prima Playstation, la porta verso un mondo di sperimentazione interattiva, visiva e narrativa inimmaginabile. Toy Story fu film simbolo di quel cambiamento di cui gli adolescenti di allora si sentivano i protagonisti, mostrava il mondo in cui vivevano e sarebbero vissuti, era la promessa di un futuro ottimista perché tecnologico, creativo e soprattutto completamente slegato da ogni legame con il passato.

I due stessi protagonisti rappresentavano perfettamente tale visione. Woody era un cowboy, apparteneva al genere western che da Ford fino a Leone e Peckinpah, aveva fatto della Frontiera americana il mito con cui la Generazione dei Baby Boomers era in gran parte cresciuta.

Ma Andy, il bambino in funzione del quale Woody e gli altri giocattoli vivevano, apparteneva agli anni ‘90, abbandonava le praterie per abbracciare l’universo e le stelle, e scopriva l’ottimista, tecnologico e carismatico ranger spaziale Buzz, per il quale ciò che vi era ieri non contava, ma solo il nuovo, il domani.

Una visione della vita che dalla Generazione Millennial si è depositata nella Generazione Z, in modo anche più massiccio, ed è il motivo principale per il quale questa saga, con il quarto episodio uscito solo tre anni fa, ha saputo continuare ad essere un modello interpretativo transgenerazionale della realtà, da intendersi come perennemente in fieri. Quattro anni dopo Toy Story, anche Matrix ci parlò del nuovo rapporto tra l’io e il mondo in mutamento, con quel cucchiaio che non si può piegare, perché non esiste, siamo noi in realtà a piegarci.

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La realtà è pura percezione, è un riflesso del nostro mondo interiore. Woody che vede all’inizio Buzz come un nemico alla sua posizione di leader, poi con il tempo si renderà conto che era così solo nella sua mente, che l’altro, il diverso da noi, non è una minaccia, ci può arricchire.
Come non vedervi un ritratto fatto e finito della nostra società, che anche violentemente a partire da quel decennio si è sempre più connessa ad interculturalità e inclusività?

La generazione Millennial fu la prima a lottare per superare tabù considerati intoccabili, quella nata da quel 1995 in poi ha proseguito l’opera, mentre seguiva le avventure di quei giocattoli, imparava da loro la nuova via. Una via che Woody e Buzz hanno reso universalmente fruibile, mentre lottavano per non perdersi, accogliendo i differenti dalla norma e decostruendo il mito del leader intoccabile e assoluto.

Per il pubblico più giovane è stato un insegnamento morale unico e prezioso, anche al costo di distruggere topoi narrativi antichi, quel “per sempre felice e contenti” dei classici Disney che non esiste, perché nulla resta uguale.

Andy non sarà un bambino in eterno, crescerà e andrà al college, diventerà adulto come chi era ragazzino in quel 1995 e chi lo è stato dopo, e ha dovuto fare i conti con l’imprevedibilità del XXI secolo, molto meno gioioso e ricco di felicità di quanto gli era stato promesso. Tutti loro, come Woody, Buzz, hanno abbracciato il cambiamento, imparato ad andare oltre le apparenze, a cercare la felicità dove non pensavano potesse esistere, per poter continuare verso l’infinito e oltre.

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