Thierry De Peretti presenta Una vita violenta

"Non l'apologia della rivoluzione, ma il ritratto di chi ha creduto nella rivolta contro il governo francese", dice il regista corso. Nelle sale dal 23 maggio
Thierry De Peretti presenta Una vita violenta
Una vita violenta @Elise Pinelli

“Molti hanno pensato che ho fatto un’apologia della rivoluzione, ma io ho semplicemente ritratto delle persone che hanno creduto nel movimento corso”, così Thierry De Peretti introduce il suo film Una vita violenta, in uscita nelle sale il 23 maggio distribuito da Kitchen Film.

Dopo Apache (2013) il regista, nato e cresciuto in Corsica, torna nella sua isola per raccontare con questo secondo lungometraggio la lotta armata di un gruppo di nazionalisti dissidenti corsi verso il governo francese.

Thierry de Peretti

Protagonista della storia è Stéphane (Jean Michelangeli) che, nonostante sulla sua testa pesi una minaccia di morte, decide di tornare a Bastia per partecipare al funerale del suo migliore amico e compagno d’armi, Christophe, ucciso il giorno prima.

Una volta arrivato nella sua terra natia ripercorrerà tutti gli eventi che lo hanno condotto dalla piccola criminalità alla radicalizzazione e alla criminalità.

“In Francia questo film è già uscito e a livello di stampa c’è stata un’ottima risposta – racconta il regista -. Mi avrebbe fatto piacere suscitare un po’ di scandalo anche perché questa è la missione del cinema. Ci sono per esempio alcune battute in cui si dice che lo Stato francese ha infiltrato il movimento nazionalista per farlo scoppiare. Nessuna delle istituzioni però ha reagito”.

E poi aggiunge: “Le bande armate, come nella resistenza, da un lato sono composte da persone idealiste, dall’altra da sbandati che approfittano della situazione”.

De Peretti sceglie di non portare sullo schermo la nascita (era il 1976) del movimento del Fronte di Liberazione Nazionale della Corsica (FNLC), che chiedeva il riconoscimento del popolo corso sostenendo l’autodeterminazione attraverso la lotta armata, ma “il periodo marginale, la via di mezzo del nazionalismo”.

Per intenderci  la fine degli anni novanta, quando fu istituita l’Armata Corsa, un gruppo armato nazionalista dissidente che ha soprattutto denunciato il legame tra il movimento nazionalista e il crimine organizzato e s’ispira liberamente alla storia di un giovane attivista nazionalista assassinato a Bastia nel 2001.  Sono anni nei quali il prefetto della Corsica Bernard Bonnet condusse una politica molto repressiva che accentuò il risentimento dei Corsi verso il governo francese rafforzandone il  nazionalismo.

Nel mezzo c’è anche la mafia e i suoi interessi affaristici contrastati da questo movimento politico che in qualche modo impedì  che la Corsica fosse tanto cementificata.

Presentato alla Settimana della Critica del Festival di Cannes 2017, questo film omaggia già dal titolo Pier Paolo Pasolini: “Ho avuto come riferimento Pasolini. Non solo il suo Una vita violenta (1962), ma anche la sua opera del 1970 Appunti per un’Orestiade africana“.

 

E poi conclude: “Il nazionalismo ormai è un concetto superato, qualcosa che fa solo l’interesse economico dei più potenti. E’ fascismo, qualcosa di folle che porta solo a conflitti. Quello corso invece è diverso perché è in qualche modo molto moderno”.

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