Precari dal ridere

"La satira sociale è relativa, noi volevamo divertire", dice l'esordiente regista Sydney Sibilia. Che trasforma Edoardo Leo e altri ricercatori in ricercati...
30 Gennaio 2014
Precari dal ridere
Smetto quando voglio

“Anteprima a Montecitorio? Spero di no. La satira sociale è relativa, volevamo far divertire la gente”. Parola del 31enne regista Sydney Sibilia, che il 6 febbraio porta su oltre 250 schermi con 01 Distribution – e l’aiuto del circuito Uci Cinemas –  Smetto quando voglio, commedia con una tagline dirompente: “Meglio ricercati che ricercatori”. Prodotta da Matteo Rovere (Ascent Film), Domenico Procacci (Fandango) in collaborazione con Rai Cinema, ha per protagonista Pietro Zinni (Edoardo Leo), 37 anni, ricercatore geniale, ma colpito dai tagli all’università e licenziato: come sopravvivere? Mettendo insieme una banda con altri ex ricercatori ridotti ai margini della società – chi fa il lavapiatti, chi il benzinaio, chi il giocatore di poker – e sfruttarne le competenze – macroeconomia, neurobiologia, antropologia, archeologia, etc. – per realizzare la migliore smart drug mai sintetizzata e conquistare finalmente la bella vita…Nel cast Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Sergio Solli e Neri Marcorè, Smetto quando voglio – dice Sibilia – “prende ispirazione da serial quali Breaking Bad, sitcom come The Big Bang Theory e il film Lock & Stock, è un film ipercitazionista basato sull’idea del delinquere senza delinquere attraverso le smart drug”. Se il divertimento la fa da padrone, non manca tuttavia un forte ancoraggio sociale, ovvero il tema della precarietà e dei tagli all’università: “E’ la realtà che è un po’ strana, in effetti, abbiamo – dice il regista, co-sceneggiatore con Valerio Attanasio e Andrea Garello –  cercato le storie in giro, ma quelle di alcuni ricercatori erano talmente assurde che nemmeno abbiamo potuto inserirle”.
Se per questi precari tra i 30 e i 40 lo sguardo del film è benevolo e partecipativo, non così per altre due generazioni: “Quella dei baroni universitari, consolidati in un sistema non meritocratico, e quella di giovanissimi, la generazione digitale”. Appariscente la fotografia – per tacere delle scenografie e dei costumi – di Vladan Radovic dal “forte impatto visivo: nell’era di Instagram la doppia dominante e i filtri – dice Sibilia – sono divenuti possibili”,  Smetto quando voglio è un’opera prima, e – sottolinea Procacci – “oggi esordire e far esordire è ancora più difficile: fandango ne produce di meno, ma è importante continuare a farlo”, mentre Rovere evidenzia “il percorso classico, dai corti al soggetto di un lungo portato a un produttore, di Sibilia e contemporaneamente la forza di Fandango e Rai Cinema nel credere al progetto”.
ondamentale il contributo degli attori: “Ho scelto chi non si prende sul serio, perché nel caso il film si sarebbe subito sgonfiato, trasformato in dramma sociale. E – rivela Sibilia – ho aspettato che Edoardo Leo finisse i suoi impegni pregressi: senza di lui non credo il film ci sarebeb stato”. Ovviamente – “il messaggio del film, ovvero il ricorso allo spaccio di stupefacenti, è un paradosso, come la saga di Ocean’s non invitava a rubare nei casinò”.
Infine, se sullo schermo questi attori di situazioni paradossali ne vivono a iosa, che si sono inventati nella vita reale per incentivare o salvaguardare le proprie carriere? “Mi sono inventato nel curriculum dei cortometraggi che non ho mai realizzato e una scuola di cinema, La Scaletta, che non ho mai frequentato” (Leo); “Ho fatto la donna, per giunta con la barba, in un corto” (Fresi); “C’è più dignità a essere protagonista di un bel sogno che non nell’avere una particina” (Sermonti); “La cosa più assurda? Di solito sono io. Ho scambiato Arnoldo Foà per Dario Fo, Barbara De Rossi per Barbara d’Urso, e giù schiaffi” (De Rienzo).

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