Leggere The Post

Gli States e la libertà di stampa: The Post di Steven Spielberg dal 1° febbraio in sala, sulla Rivista del Cinematografo un ampio approfondimento sul film, sull'America di ieri e di oggi
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Spielberg tra Meryl Streep e Tom Hanks

Cosa succede se il presidente degli Stati Uniti si mette in contrasto con i media? Il Primo Emendamento garantisce la libertà di stampa e di espressione, eppure gli scontri tra la Casa Bianca e i giornalisti sembrano essere all’ordine del giorno nell’era Trump. Non sono stati paventati né emanati provvedimenti liberticidi, ma la campagna denigratoria del Presidente contro i giornalisti e il cosiddetto “quarto potere” rischiano di avere pesanti conseguenze sull’opinione pubblica. Sembra un testa a testa infinito. Kennedy, Johnson e Nixon in passato hanno già utilizzato i media per manipolare i messaggi alla Nazione, ma la stampa continua a vigilare sulla salvaguardia della verità. La Guerra di Corea e del Vietnam, i Pentagon Papers e lo Scandalo Watergate sono solo un esempio. Il giornalismo d’inchiesta resiste, e lo stesso Trump oggi deve confrontarsi con il Russiagate.

Il 1° febbraio esce nelle sale italiane, distribuito da 01 Distribution, The Post di Steven Spielberg con Meryl Streep e Tom Hanks, che racconta lo scandalo dei Pentagon Papers. Siamo negli USA, nel 1971, poco prima del Watergate e delle dimissioni di Nixon.

Il numero di gennaio-febbraio della Rivista del Cinematografo dedica tre articoli al film, ragionando sul cinema di impegno civile di Spielberg, sulla libertà di stampa e sulle figure di Katherine Graham (Meryl Steep) e Ben Bradlee (Tom Hanks).  Ne parlano Gianni Riotta, Federico Pontiggia e Gian Luca Pisacane.

Riotta nel suo articolo Le origini della rabbia si chiede se: “Nell’era di Donald Trump sarebbe possibile una vicenda analoga [a quella narrata in The Post n.d.r], con un giornale a pubblicare rivelazioni contro i propri interessi, rischiando carcere e bancarotta, controllando ogni riga tra reporter veterani e avvocati, litigando a parolacce”.

I cittadini ormai sono disincantati anche nei confronti dei media. Nell’era di Twitter e di Facebook, delle fake news e dei social, lo scoop può essere un miraggio lontano. Non per questo il giornalismo investigativo deve fermarsi, anzi: “La stampa libera è la guardiana della democrazia. È quello che mi hanno insegnato e rimane una verità incontrovertibile” sostiene Spielberg nell’articolo di Pontiggia, che scrive: “Con The Post Steven Spielberg canta il giornalismo che fa giornalismo, e realizza una sorta di prequel a Tutti gli uomini del Presidente”.

Non è la prima volta che il regista di Cincinnati si dedica a pellicole con un alto significato sociale, a partire dal rispetto per l’altro, per il diverso, che ci veniva proposto in E.T. – L’extra terrestre. Così Pisacane in Tutti gli Uomini di Spielberg ricorda che “Il cinema di impegno civile è il modo più diretto per scuotere le platee, per immergerle in congiure e scandali tristemente reali, con reporter d’assalto pronti ad addentare la realtà dei fatti. È la stampa, bellezza, la stampa, e tu non ci puoi fare niente, recitava nel 1952 Humphrey Bogart in L’ultima minaccia di Richard Brooks”.

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