La lezione di Haggis

"Bisogna vivere e morire per il cinema", dice il regista ad Alba. E confessa: "L'America ha bisogno di aiuto"
7 Marzo 2008
La lezione di Haggis

“Bisogna vivere e morire per il cinema, un giorno rimarrà solo quello”. Parola e monito di Paul Haggis, ospite d’onore della settima edizione di Alba International Film Festival. Unico a Hollywood ad aver vinto l’Oscar in due anni consecutivi, nel 2005 la statuetta per la sceneggiatura non originale di Million Dollar Baby e nel 2006 miglior film e script originale con Crash, lo sceneggiatore statunitense, passato dal piccolo al grande schermo, è protagonista della prima Masterclass ad Alba: “Da molti anni lavoravo in tv, ma sin da quando avevo 22 anni cercavo di entrare nel cinema, invano. Ero arrivato a un punto morto in tv: non prendevo più alcun rischio, mi sembrava di aver venduto un pezzo d’anima. Per fortuna, mi hanno licenziato”. 
Così è nato il premiato sceneggiatore e regista cinematografico, fedele collaboratore di Clint Eastwood (oltre a Million Dollar Baby, gli script del dittico Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima) e di 007 (co-sceneggiatore di Casino Royale e del prossimo Quantum of Solace) e autore del recente Nella valle di Elah, sulla tragedia irakena. Crash, per cui non ha ricevuto un cachet, Haggis l’ha scritto quando “ho smesso di giudicarmi come buono o cattivo, e ho quindi compreso che non esistono veri cattivi né veri eroi: chi fa un gesto eroico può fare anche una cosa mostruosa un attimo dopo. Penso al personaggio di Matt Dillon, che può violentare una donna e poi salvarla”.
Giovanissimo esordiente a tavolino (“Per il mio primo lavoro, ho preso per compenso una vecchia poltrona del mio co-sceneggiatore…”), poi writer per cartoon (Scooby-doo) e tanta televisione – tra gli altri, ha creato Walker, Texas Ranger (1993-2001), il violento Ez Street (1996), la commedia poliziesca Due South (1995) e Family Law (1999-2001) – Haggis ribadisce: “Per scrivere è necessario osare, correre dei rischi. Non si può essere pecore, bisogna avere il coraggio di mandare all’aria tutto, rimanendo integri, senza farsi strappare l’anima: non ci si deve mettere sulla difensiva e, contemporaneamente, non bisogna perdere la dignità”. “Io scrivo sempre – prosegue il regista – a partire da me stesso e su me stesso e, vale anche per gli attori, devo astenermi dal giudicare un personaggio: è fondamentale”. “D’altronde – aggiunge ironicamente – non è necessario essere una buona persona per essere un buon scrittore”.
Dopo aver consegnato la seconda stesura del nuovo capitolo di James Bond, Quantum of Solace (“Ora è nelle mani dei produttori, non so che ne abbiano fatto…”), che ha scritto a Roma dove ha appena preso casa, Haggis è impegnato su due progetti: la riscrittura di Terminator 4 e un fantasy medievale, Ranger’s Apprentice, tratto dalla saga omonima dell’australiano John Flanagan: “E’ un libro che ho letto a mio figlio, sulla difficoltà di crescere e trovare un posto nel mondo: sto scrivendo la sceneggiatura, e forse lo dirigerò io stesso”.
Da ultimo, spazio alla politica: “Sostengo Obama: è nero, e basterebbe già questo. Credo possa portare cambiamento, fornire l’aiuto di cui l’America ha disperatamente bisogno, pur senza saperlo. Ma attribuire troppa fiducia e speranza nei politici non va bene: mette in secondo piano la nostra responsabilità individuale di cittadini”. 
Haggis non lesina attacchi agli States: “Dobbiamo smettere di calpestare gente in tutto il mondo con i nostri scarponi chiodati”, prontamente ricambiato: “Agli Oscar avevo al bavero un laccetto arancione quale monito su Guantanamo e le altre prigioni segrete. E’ bastato questo perché il Washington Post e altra stampa mi attaccasse quale sostenitore dei terroristi”. “Sono consapevole – conclude il regista- di rappresentare una opinione non prevalente nel Paese, ma se la maggioranza ritiene lecita la tortura, allora sono felice di essere in minoranza”.

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