E tu Cosa fai a Capodanno?

"La creatività italiana non deve avere complessi di inferiorità", dice il regista Filippo Bologna. Che mette un cast corale in uno chalet tra segreti e bugie: dal 15 novembre in sala
E tu Cosa fai a Capodanno?

“A me il successo di Perfetti sconosciuti ha insegnato che : dopo il cinema di genere che ci fece grandi, oggi possiamo realizzare prodotti che possano interessare anche oltre il raccordo anulare”. Parola di Filippo Bologna, già scrittore e co-sceneggiatore di Perfetti sconosciuti, che esordisce alla regia con Cosa fai a Capodanno?: uno chalet tra le nevi, un’orgia programmata per festeggiare il nuovo anno, molti segreti e qualche bugia.

Nel cast corale Luca Argentero, Ilenia Pastorelli, Alessandro Haber, Vittoria Puccini, Isabella Ferrari, Ludovico Succio, Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri, Valentina Lodovini, Riccardo Scamarcio, prodotto da Paco Cinematografica e distribuito da Vision Distribution, arriverà il 15 novembre su 350 schermi.
“Sono partito da una sfida: raccontare il presente attraverso il pretesto del sesso che è trasversale e universale, attraversa le classi sociali”, dice Bologna, che parla di “dramma da camera” e cita analoghi francesi quali La cena dei cretini e Le prenom, nonché Perfetti sconosciuti, per sottolineare “l’unità di luogo tempo e azione che semplifica le cose dal punto di vista produttivo, mentre da quello drammaturgico è esaltante, delega tutto all’immaginazione”.

Nello specifico del sottogenere, “dal Grande freddo a Compagni di scuola i personaggi si conoscono, qui viceversa no, sicché devono deflagrare per incompatibilità antropologiche: c’è la radical chic e il leghista dell’ultima ora, il maschilista e la donna succube”.
Tra i temi toccati da Cosa fai a Capodanno? anche “i migranti e l’accoglienza: l’ho scritto un anno e mezzo fa, ho intercettato le tensioni che c’erano, i populismi”, prosegue Bologna, evidenziando le contaminazioni nel film:  western, noir, surrealismo, crudeltà alla Ferreri: nessuno oggi si sente al suo posto dov’è, ma crede a una festa migliore altrove”.

Venendo agli interpreti, la Puccini descrive la sua Nancy quale “apatica, anaffettiva, incapace di interessarsi alle persone”; la Ferrari evoca per la sua radical chic Il fascino indiscreto della borghesia e parla di “un personaggio stravagante, matto, complice l’effetto dei funghetti allucinogeni”; la Pastorelli, nei panni della fidanzata del ladro Luca Argentero, si concentra sul “riscatto: da insicura e gelosa con un gesto semplice – indossare i vestiti di un’altra donna – ritrova se stessa e si ribella”; Argentero confessa una parte da “meschino”; Haber, nel ruolo di un politico transitato indenne dalla Prima alla Seconda e forse Terza Repubblica, rivela “l’impossibilità di giocare con le parti basse, sicché è solo testa: sempre di punta, tratta tutti come burattini, è molto lontano da me”; infine, Succio si dice “succube della madre (Ferrari, NdR), cerca poi una crescita, ma vive sul web, è un populista, emblema di una gioventù che vorrebbe, ma non stringe”.

Non mancano eredità dei Coen e di Tarantino, in quello che Bologna definisce “un cinepanettone col veleno dei topi. Il cinepanettone è legato a un’Italia che non esiste più: è finito con la fine della Prima Repubblica, poi i cascami si sono protratti, ma oggi credo non ci sia più cittadinanza per quel cinema”.

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