Dopo Auschwitz

"Sugli ebrei tornati in Germania dopo la Shoah sappiamo poco. Molti si suicidavano", spiega Petzold. A Roma con Phoenix e la storia di una di loro
22 Ottobre 2014
Dopo Auschwitz
Christian Petzold

Orfano di Nina Hoss – l’attrice è rimasta bloccata in aeroporto da uno sciopero, è la motivazione ufficiale – Christian Petzold è il solo a presenziare il Festival di Roma per parlare del suo ultimo film, Phoenix, presentato nella sezione Gala della kermesse capitolina.
Vagamente ispirato al libro di Hubert Monteilhet, Le Retour des cendres, Phoenix è la storia di una ebrea tedesca sopravvissuta ai campi di concentramento e del suo difficile reinserimento nella Germania post-hitleriana. Nelly, così si chiama la protagonista impersonata da Nina Hoss, è divisa tra la possibilità di ricominciare una nuova vita in Palestina, dove sta per nascere uno Stato ebraico, e il desiderio di ritrovare il marito Johannes (Ronald Zehrfeld), il cui ricordo l’ha tenuta in vita durante la prigionia di Auschwitz. Quando la donna – che ha subito un intervento di chirurgia plastica per farsi ricostruire il viso dilaniato da una pallottola – ritroverà suo marito in un night club di Berlino, lui non la riconoscerà. E, d’altra parte, chi è veramente Johannes? Il marito amorevole dei ricordi di Nelly o il traditore che l’ha consegnata alle SS per salvarsi la pelle?
“Non c’è molta documentazione sugli ebrei ritornati in Germania dopo la persecuzione nazista – spiega Petzold -. Tuttavia esiste un’ampia letteratura sul tema, a partire ovviamente da L’odissea di Omero. Ricordo che una volta Alexander Kluge disse che Ulisse ci aveva messo dieci anni a reintegrarsi nella società, perché dopo Troia non poteva tornare dritto a casa, come niente fosse. Nel 1945, però, nessuno ha vissuto la sua odissea, perché “Casa” non esisteva più. In Germania, i centri di accoglienza per sfollati – i sopravvissuti ai campi – sono rimasti aperti fino al 1958. Questo significa che per 13 anni quelle persone non hanno trovato un posto in cui vivere.”
E se dopo La scelta di Barbara (Orso d’Argento a Berlino 2012) Petzold conferma il proprio interesse per i traumi del novecento tedesco, Phoenix è anche “un noir in technicolor che affronta i rapporti di potere tra uomo e donna. Ho tratto giovamento da un saggio che Harun Farocki (co-sceneggiatore di tutti i film di Petzold, di recente scomparso, ndr) aveva scritto su La donna che visse due volte di Hitchcock. Harun trattava il tema delle donne scambiate, toccando la questione del rapporto di potere tra i sessi. In Phoenix, finché Johannes lavora sul corpo di Nelly per farle interpretare la moglie che crede defunta, la protagonista resta un fantasma, incapace di tornare tra i vivi dopo Auschwitz. La sua rinascita ha luogo solo nel momento in cui usa la voce, cantando Speak Low di Kurt Weil: è una canzone che parla d’amore, di nostalgia, di ricordi. Dell’unica cosa che è riuscita a portarsi via dal campo di concentramento. E’ allora che il marito la riconosce. La musica in questo film accompagna il ritorno del rimosso”.
Non ci sono molte storie come quelle di Nelly da raccontare, conclude Petzold, “perché molti degli ebrei che tornavano in Germania dopo l’olocausto non riuscivano a reggere il trauma e si suicidavano”. Nelly presta la voce anche a loro.

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