All You Ken See…

"Partire dalle contraddizioni del mondo e scioglierle nel cuore". Il comandamento di Mr. Loach si merita un premio: il Bresson!
4 Settembre 2012
All You Ken See…

Ken Loach. Dopo Giuseppe Tornatore, Wim Wenders, Zhang Yuan, Aleksandr Sokurov, Walter Salles, Mahamat-Saleh Haroun e i fratelli Dardenne, tocca a lui: il Premio Bresson 2012 della Fondazione Ente dello Spettacolo e della Rivista del Cinematografo. Assegnato durante la Mostra di Venezia (martedì 4 settembre ore 11.30 – spazio FEdS all’Hotel Excelsior), va al “regista che abbia dato una testimonianza significativa del difficile cammino per il significato spirituale della nostra vita”. E Ken Loach lo è: a working class hero, il campione degli ultimi, l’epitome dell’impegno su pellicola. Ken il rosso, Ken il guerriero, che non teme di staccare i piedi da terra, se a richiederlo sono i suoi personaggi.

E basti pensare all’ultimo gioiellino, sfornato a 75 anni, con la botte piena e gli occhi rivolti al cielo: The Angels’ Share, premio della giuria a Cannes, a Natale in sala con Bim. Sorriso timido e occhio che non snobba lo spettatore, Loach ha smaltito la rabbia dell’Altra verità sui contractors iracheni e s’è dato alla commedia: impegno sociale e humour made in Glasgow, gioventù bruciata e malto annacquato. Merito di Robbie, ovvero Paul Grannigan che porta su schermo biografia e guancia sfregiata: è un ned, tutto violenza e slang, ma è sveglio, ha una ragazza incinta e un futuro da riscrivere. Se la malavita concederà, chissà.

Noi ci crediamo. Per ora, i lavori socialmente utili, con Rhino, Albert, Mo e altri spurghi. Complice un angelo custode chiamato Harry, scopriranno che significhi quell’Angels’ Share: la quota degli angeli, il 2% di scotch che evapora ogni anno da una botte. E per quella parte che va in cielo ce n’è una che torna in terra: “Non è un trattato di sociologia – dicono Loach e il fido sceneggiatore Paul Laverty – ma raccontiamo una società che ha raggiunto cifre impressionanti di disoccupazione giovanile: milioni di ragazzi senza lavoro né futuro. E se oggi uno ha un figlio si angoscia anche di più”.

Lo avete detto, il bicchiere è mezzo pieno: si ride da morire tra Monna Lisa e Einstein, si ironizza sulla liquidità in botte e portafogli. Ma il bicchiere è anche mezzo vuoto, perché si fa sul serio: “Ero in comunità a Glasgow, è venuto questo signore gentile e mi ha scelto, cambiando la mia vita per sempre”. Il mondo no, ma almeno una vita, quella di Paul Grannigan, la si può cambiare, e volendo pure le nostre di spettatori: Loach fa buon viso (commedia) a cattivo gioco (crisi), ma non recede dalla presa sul reale, spingendosi fino al realismo magico – vi ricordate Il mio amico Eric? – per trovare speranza.

Oppure lottare, comunque lottare, perché speranzosi non si nasce, si diventa. Ottimismo della volontà, ma senza paraocchi: “Le idee mi vengono dal mondo, dalla cronaca, dai giornali, ma poi devi tornare ai personaggi, alla narrazione, perché quel che è successo, la Storia, possa arrivare al cuore. Questo è il compito dello scrittore, dell’artista: partire dalle contraddizioni e quindi riunirle. Il film deve sciogliere quelle contraddizioni, in modo che lo spettatore possa carpire i simboli: questo non lo trovi sui giornali né sui libri, è il salto dell’immaginazione che porta dalla storia al film”.

Attenzione, si parla di Cinema: pragmatismo d’autore, fare di carne, anima e pellicola, al netto degli incasellamenti ideologici. Ken il rosso? Ok, ma non si calchi la mano: “Odio le etichette, anche quella di “realismo socialista”. L’importante sono le buone storie, non ci pensi alle etichette quando stai dietro la macchina da presa: pensi a fare qualcosa di divertente, emozionante”. E non lo dice un signor frizzi e lazzi, ma Mr. Ken Loach, l’unico capace di mettere una tromba tra le labbra dell’ex calciatore Eric Cantona, alias Il mio amico Eric: “Al cinema come nel calcio la mentalità è la stessa: si gioca in undici, non da soli”.

Che fare? Fronte comune, dunque, e buio in sala: “Il cinema ci aiuta a capire chi siamo, ci porta dentro le contraddizioni del mondo: serve una levata di scudi per sostenerlo, a partire dalla politica. Altrimenti, un solo cinema, una sola società: il pensiero unico”. E Loach proprio non lo vuole: la sua ricerca spirituale con i piedi per terra passa dalla rottura del monopolio audiovisivo, perché “Hollywood fa film sulla crisi con star strapagate: non è paradossale? Trasforma tutti i film in favole, anche le storie più serie e drammatiche”.

Ha avuto tanto, Mr. Loach, ma ancor più ha dato e continuerà a dare, almeno finché avrà al fianco Laverty: “Quando penso: “Stavolta me la prendo comoda”, Paul mi incalza: “Dobbiamo fare un film su questo e quest’altro, non sederti”. Io provo a tener duro: “Sto diventando vecchio, non ce la faccio”, ma lui non molla: “Manoel De Oliveira ha 100 anni e ancora fa film: non esiste la pensione per i registi””. Grazie di insistere, Paul. Grazie di esistere, Ken. E che il Bresson vi porti consiglio, anzi, ve l’ha già portato: la quota degli angeli?

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