Il Teatro delle Albe sbarca al cinema

Dallo spettacolo al grande schermo, Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi: "Erano anni che sognavo di fare un film", dice il regista Marco Martinelli
Il Teatro delle Albe sbarca al cinema

Incontriamo a Sansepolcro (Arezzo), per il Festival Kilowatt giunto alla sua quindicesima edizione, Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, in una parola il Teatro delle Albe, che hanno fondato nel 1983 a Ravenna insieme a Marcella Nonni e Luigi Dadina. Storica e pluripremiata compagnia teatrale, ha ora mosso i primi passi sul grande schermo: è infatti da poco uscito il Film d’Arte “Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi”, ispirato al loro spettacolo omonimo, ma totalmente ripensato per il cinema. A vestire i panni dell’attuale Consigliera di Stato birmana, Premio Nobel per la pace nel 1991, e prigioniera in casa fino al 2010 quando fu finalmente liberata, la Montanari, a cui si accompagnano anche Elio Capitani e l’amichevole partecipazione di Sonia Bergamasco. Oltre alle bambine che si sono formate nella non-scuola, forma teatral-pedagogica che le Albe attuano ormai da 30 anni su territorio nazionale e internazionale, raccogliendo l’attenzione dei media, del Presidente della Repubblica e di scrittori come Roberto Saviano.

Ma sentiamo direttamente dalla voce del regista e sceneggiatore del film Marco Martinelli com’è andata.
“Lo abbiamo girato un anno fa al Teatro Rasi (sede delle Albe e di Ravenna Teatro, ndr) trasformandolo completamente in un set di posa; a parte l’ultima scena che è girata in una palude, a pochi chilometri da Ravenna: la nostra Birmania ideale, che è totalmente reinventata, onirica… anche se il film è molto intrecciato d’inserti documentari.

C’è stato prima lo spettacolo omonimo, e poi…
Erano anni che avevo il sogno di fare un film. Il mio desiderio era proprio affrontare quel linguaggio, quella scrittura per immagini. E il momento è arrivato grazie a “Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi: ci siamo detti con Ermanna che questo, forse, potesse essere il punto di partenza.

Avete un cast tecnico di tutto rispetto…
Il direttore della fotografia è Pasquale Mari: direttore di Teatri Uniti (di Napoli, ndr), che fonda insieme a Mario Martone e Angelo Curti, inizia a lavorare proprio lì come disegnatore luci e quando girano “Morte di un matematico napoletano” fa l’assistente di Luca Bigazzi: poi vengono 3 film con Bellocchio… Jacopo Quadri è stato il supervisore del montaggio: ha lavorato in tutti i film di Martone… Per fare il mio primo film avevo bisogno di persone vicine, competenti, che mi dicessero anche dei no.

In quanto tempo l’avete girato?
In 4 settimane, un’immersione totale. La scrittura del testo è durata invece almeno un anno: l’ho scritto io, ex novo.

In un formato che non è di tutti i giorni…
Il film è in 4/3, perché ha un sapore di cinema non di questi anni: è una storia all’antica. Si conclude nel 2010, quando, dopo 20 anni di prigionia, viene liberata, e ora è alla guida del paese. Una signora che ha compiuto 70 anni: l’orchidea d’acciaio.

Com’è nato lo spettacolo che lo ha poi ispirato?
Stavamo andando a New York, a fare “Rumore d’acqua”, a La MaMa (uno degli spazi teatrali e culturali più rinomati della Grande Mela, ndr). Sembra una favola, ma è così…Abbiamo aperto una delle riviste, e c’è il volto di Ang San Suu Kyi, di cui avevamo letto qualcosa, ma di cui non sapevamo molto. Mi colpisce, e dico a Ermanna “ma ti assomiglia”, in questo sorriso severo e antico… Dopo aver fatto spettacolo, di notte mi buttavo a leggere tutto su di lei: rimango così affascinato dal suo percorso, dalla statura di una donna che è modello di una politica, di sacrificio e bellezza insieme, che ci manca da tempo… È infatti un film che parla della Birmania, ma anche dell’Italia. Per questo il primo capitolo s’intitola “E’ distante la Birmania?”: parliamo di loro, ma in realtà parliamo di noi, quanto distiamo da noi stessi…da una politica che, ahimè, è sempre più deprimente.

Cosa speri grazie a questo film?
Mi è venuta una frase che magari è sbagliatissima: chi era, Metternich che diceva “la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”? Terribile nel suo contesto! Bene, il cinema è la continuazione del teatro con altri mezzi.

Una continua guerra, della parola e del pensiero…
Quando ho fatto la mia prima opera lirica nel 2000, ho detto “questo mondo non mi avrà”. Perché quel genere di lavoro che si fa nella lirica… io ho un amore per la musica assoluto, ma il modo di lavorare e di produrre…no grazie, anche se danno tanti soldi. Preferisco lavorare coi bambini. Adesso non vedo l’ora di fare il secondo film! Perché era proprio un linguaggio di cui sentivo necessità. Nel farlo, proprio nel primo giorno di riprese, è stato pazzesco: mi sentivo a casa, non un estraneo.

L’opera d’arte è un atto politico nella sua capacità di cambiamento. Poter utilizzare un luogo come quello del cinema…
…ti permette di arrivare a qualcuno che non vedi come invece lo spettatore a teatro. Sappiamo quanto sia importante il “qui e ora” del teatro, però… Il cinema è una bottiglia lasciata nel mare con il suo messaggio.

Forse era un megafono necessario che rientra nel percorso del Teatro delle Albe?
Abbiamo sempre sentito il bisogno di “allargare”: quella conventicola dei 4 spettatori c’è sempre stata stretta. Già con il teatro abbiamo provato a farlo, e il cinema lo permette ulteriormente.

Una cassa di risonanza, in questa politica che si sta snaturando…
Ahimè, si è già snaturata parecchio, e però dobbiamo veramente credere che sia sempre possibile uscire da questa Italia, da questo Pantano: la metafora del pantano nel caso di Marco (Pantani, è infatti dedicato a lui il loro spettacolo omonimo del 2012, ndr) l’abbiamo usata per parlare di tutti noi, della corruzione, del fango.

Sperando che questo fango si possa modellare invece in altro…
Sì, come nella creazione, quella mitica, archetipica. Il fango che diventa creta, modello. E solo ricreando una vera comunità lo potremo fare davvero.

 

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