Wolfman

The Wolfman

GRAN BRETAGNA - 2009
1/5
Wolfman
Dopo la scomparsa di suo fratello, il giovane Lawrence Talbot, che alla morte di sua madre si era allontanato da casa, torna nella proprietà di famiglia a Blackmoor per assistere il padre nelle ricerche dello scomparso. Ad aiutare Lawrence nelle indagini interviene anche Gwen Conliffe, la fidanzata di suo fratello, di cui ben presto lui stesso si innamora. Nel frattempo, i villaggi vicini alla proprietà dei Talbot sono sconvolti dalla violenta e sanguinosa morte di alcuni abitanti, su cui sta investigando un detective di Scotland Yard. Con il procedere delle indagini Lawrence verrà a conoscenza di un'antica maledizione che colpisce alcune persone durante le notti di luna piena e di cui anche lui cadrà purtroppo vittima...
  • Altri titoli:
    The Wolf Man
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: HORROR
  • Specifiche tecniche: PANAVISION PANAFLEX MILLENNIUM XL, SUPER 35 STAMPT A 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: BENICIO DEL TORO, SEAN DANIEL, SCOTT STUBER, RICK YORN PER STUBER PRODUCTIONS, RELATIVITY MEDIA
  • Distribuzione: UNIVERSAL (2010) - DVD E BLU-RAY: UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ENTERTAINMENT (2010)
  • Data uscita 19 Febbraio 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
La lunga catena di inconvenienti, manomissioni, interruzioni e scomuniche che ha caratterizzato la travagliata gestazione di The Wolfman é ancora lì, indelebilmente impressa sulla pellicola. Registi che andavano e venivano (nel 2007 Mark Romanek si è messo da parte, è arrivato Joe Johnston e non ha portato nessun giovamento), sceneggiature stracciate, ritoccate, riscritte, accomodate secondo la luna del momento, produttori impacciati, star ingombranti, test impietosi, paletti, pasticci e pastrocchi, comunemente accettati e difficilmente accertabili. Eppure la prova c'é: il film.
Scriteriatamente accostato al capolavoro del '41 (L'Uomo lupo di Waggner, interpretato dal grande Lon Chaney Jr.), il monster-movie di oggi non è un remake - se ne discosta nella trama, ne è incommensurabilmente lontano stando ai risultati - ma potrebbe figurare al massimo come parente alla lontana, non gradito.
Era nell'aria. Plot farraginoso come da progetto, dove tutto va nella direzione in cui ci si aspetta che vada, senza spostare cuore e ragione di una virgola: il primo non c'è mai stato forse, la seconda si è persa cammin facendo. Chi si aspettava un aggiornamento del mito, non si ritrova nemmeno con l'edizione in brossura, tanto l'approccio è vecchio (riassumibile in pochi punti-chiave: la mostruosità è generata dall'ignoranza e dalla superstizione, le colpe dei padri ricadono sui figli, l'amore può tutto ma a volte è meglio una pallottola in fronte) e il decalco rappezzato. Troppo tempo per rimediare i pezzi, troppo poco per metterli insieme. Così al posto di un film, ne abbiamo (almeno) tre - il ritorno di Lawrence Talbot nella casa natìa più mutazione/Qualcuno volò sulla tana del lupo, ovvero quando l'horror va al manicomio/La bella e la bestia - scarsamente assimilabili l'uno con l'altro, e ciascuno goffo a suo modo. Sulla carta l'armamentario gotico e tardo-ottocentesco c'era tutto: magione decadente, scalini scricchiolanti, porte chiuse, boschi come abissi, ululati, donne su cavalli bianchi, donne dei ritratti, zingari e gretti personaggi da villaggio, ma dall'infusione per immagini ne esce un baraccone di cartapesta, dove i lupi mannari somigliano a pupazzoni pelosi, la luna a uno yoyo e le belle donne a pallide maschere di cera.
Non sono le singole tessere del mosaico a difettare - basterebbe citare i credits: Milena Canonero (costumi), Rick Baker (trucco) e Danny Elfman (musiche) - ma il loro intreccio: il tutto gioca contro le sue parti, come se mancassero mani e bacchetta capaci di armonizzare le singole voci, ammassate l'una sull'altra in una sommatoria cacofonica.
Nel nome di cosa? Di un'estetica fumettona e compulsiva, abbacinata dai colori pastello dei fondali - degni di una scena teatrale - compiaciuta della pomposità dei dialoghi e dello splatter telefonato, trincerata dietro formule drammaturgiche da usato sicuro e star di grosso calibro - Anthony Hopkins, Emily Blunt e naturalmente l'uomo lupo Benicio Del Toro. Quest'ultimo, anche produttore, sembra il più spaesato, e non solo per esigenze di copione (è lo straniero che la piccola comunita non può assimilare, perciò deve demonizzare e togliere di mezzo). Irriconoscibile. La licantropia deve essere davvero un disturbo, come ha ammesso l'attore. Peccato che il film non ne costituisca la cura. E che a lui e al resto del cast spetti solo l'augurio di una pronta e completa guarigione.

NOTE

- OSCAR 2011 A RICK BAKER E DAVE ELSEY PER IL MIGLIOR TRUCCO.

CRITICA

"Gli aspiranti storici del cinema vi diranno che il mostruoso eroe di 'L'uomo lupo' film di George Waggner del 1940 è stato il primo licantropo della storia del cinema. Non è vero. La primogenitura tocca al werewolf del 'Segreto del Tibet', uscito quattro anni prima. Comunque l'horror del '40 ha parecchi motivi per dettar legge. (...) Piacerà agli amatori del'horror che ritroveranno il vecchio canovaccio per più sontuoso, più sanguinoso e truculento, più ricco (molto più ricco) di pugni nel bassissimo ventre. La produzione ha collocato lil remake in uno scenario che ricorda quello dei 'Twilight' . Con la differenza che nei 'Twilight' le orripilanze sono rare e diluite nella narrazione, qui sono tante, e talmente offerte a piene mani da costringere in America a far circolare il film con il marchio R (praticamente una proibizione ai minori). Cosa che per un horror di serie A prodotto da una major non accadeva da molto tempo. Ma soprattutto 'Wolfman' è il grande veicolo per Benicio Del Toro, un attore che è tra i peggiori del mondo quando lo costringono a recitare come fosse il poster di Che Guevara. Ma è tra i migliori quando gli toccano i personaggi di perseguitati dal destino (da 'Ventuno grammi' a 'Babel' )". (Giorgio Carbone,'Libero', 19 febbraio 2010)

"Scavalcando le escursioni moderne di Roger Corman, John Landis e Joe Dante (autori dei miliari 'I Was a Teen Ager Werewolf', 'Un lupo mannaro americano a Londra'; 'L'Ululato'), 'The Wolfman' si colloca in una via di mezzo che sta tra le brume colorate, barocche dell'inglese Hammer rivista da Tim Burton in 'Sleepy Hollow' e quelle bianco/nero minimaliste della Universal anni 30/40. Riconoscendo già nei credits il debito con il tedesco Curt Siodrnak, autore della sceneggiatura del magnifico (e originale) 'The Wolf Man' (Universal, 1941) il regista Joe Johnston imposta questa nuova avventura del più tragico dei mostri classici hollywoodiani in uno spazio privo di autoreferenzialità e di ironia. 'The Wolflman' non è un film ammiccante ed è fortunatamente privo dell'abominevole, incorporea, volgarissima pirotecnica visiva di un Van Helsing. Come già in the 'Rocketeer', 'Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi' Johnston (che sul set ha rimpiazzato Mark Romaneck a riprese già avviate) conferma infatti il suo rispetto per il genere fatto in maniera old fashioned. Sono assenti però la sensualità un po' torbida e il tocco soap che giovano così tanto al 'Twilight'." (Giulia D'annolo Vallan, 'Il Manifesto', 19 febbraio 2010)

"'Wolfman', remake di 'Wolf Man' di George Waggner (1941), avrebbe bisogno di Mr. Wolf di 'Pulp Fiction' per risolvere i suoi numerosi problemi. Il film dell'artigiano Joe Johnston, sostituto del primo regista Mark Romanek a un mese dall'inizio delle riprese, perde il pelo e pure il vizio rispetto al classicone con Lon Chaney Jr. (...) I riferimenti all'Olocausto (la stella a cinque punte come marchio infame) e la xenofobia dell'originale lasciano il posto al duello padre-figlio già visto nell''Hulk' di Ang Lee. Funzionano i costumi (la nostra Canonero), le scenografie e un Hopkins gigione. Pessimo Del Toro, anche produttore, nel suo primo blockbuster da star (già cane prima di trasformarsi in lupo) e raffazzonato il trucco del maestro Rick Baker (sei Oscar). Mortificante la trasformazione in diretta di Wolfman ripensando a cosa fece Baker in 'Un lupo mannaro americano a Londra' (1981) di Landis con un budget 20 volte inferiore. Possibile che un perfezionista come lui, cresciuto nel mito del make up artist dell'originale Jack Pierce, non sia riuscito a superarsi con mezzi infinitamente superiori? Insomma, una luna piena di difetti." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 19 febbraio 2010)

"La leggenda del lupo mannaro affonda nella notte dei tempi, esiste nelle più antiche mitologie occidentali e orientali; e sebbene, già nell'antica Roma, si fosse interpretata la licantropia come malattia della psiche, la suggestione del «magari esiste veramente» è dura a morire. Insomma il lupo mannaro fa parte del nostro immaginario , il che ci porta a essere naturalmente ben predisposti verso un film come 'Wolfman', rifacimento di un apprezzato film del 1941 con Loa Chaney. Tra l'altro questa versione diretta da Joe Johnston non è priva di qualità: buoni attori, una classica atmosfera gotica da Inghilterra fine 800, la fotografia al chiaro di luna di Shelly Johnson e la colonna sonora sempre infallibile di Danny Elfman; mentre la trasmutazione a vista in lupo è garantita dal mago del trucco Rick Baker. A non essere granché è la sceneggiatura, ma per chi ama il genere il film merita la visita. Sir Anthony Hopkins parrebbe padre improbabile del tormentato Benicio del Toro, ma si è provveduto a fare della defunta madre una creola e Hopkins è attore tale che può fare ciò che vuole." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 19 febbraio 2010)
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