The Meyerowitz Stories (New and Selected)

USA - 2017
3,5/5
The Meyerowitz Stories (New and Selected)
Le vicende di un gruppo di fratelli e sorelle che si riuniscono a New York in occasione di un evento che coinvolge il loro padre artista.
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: NOAH BAUMBACH, ELI BUSH, SCOTT RUDIN, LILA YACOUB PER GILDED HALFWING

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
È innegabile come il cinema di Noah Baumbach possieda una sua univocità, una condizione necessaria per assegnare al regista il patentino d’autore. Più che lo stile, sommariamente definito minimalista, conta il bilancio esistenziale e lo sguardo poetico che si mantiene trasmigrando tra i titoli di una corposa filmografia.

Questo impalpabile ma evidente sentimento d’omogeneità è ciò che ci fa dire di ogni suo lavoro: somiglia al precedente. Non sono le storie che racconta. Certo, l’autobiografia è ogni volta l’innesco, ma ci vuole fantasia per accostare la trilogia hipster con Greta Gerwig (da Frances Ha a Mistress America) al plot de Il calamaro e la balena o a questo ultimo riuscito film della maturità The Meyrowitz Stories (secondo titolo Netflix in concorso a Cannes 70).

Stavolta Baumbach sceglie di fare deliberatamente i conti con il proprio background culturale, partendo come altre volte da una famiglia stravagante, i Meyerowitz, di origine ebraica. C’è il pater familias, Harold (Dustin Hoffman), uno scultore idiosincratico e segretamente tormentato dal mancato riconoscimento al proprio lavoro; c’è Maureen (Emma Thompson), la quarta moglie, che ha il vizio del bere, cucina piatti improbabili e che, dietro l’apparenza svampita, sa bene come farsi i fatti suoi; e poi ci sono i tre figli nati da matrimoni differenti: Danny (Adam Sandler) e Jean (Elizabeth Marvel) sono i più grandi e sono fratelli di sangue mentre il minore, Matthew (Ben Stiller), è il fratellastro nonché cocco di papà. Mathew è anche l’unico della famiglia a non aver coltivato ambizioni artistiche (Danny suonava il piano, Jean fa lavori di stampa) e il solo ad aver fatto i soldi occupandosi di finanza. Tra Danny che Matthew non corre buon sangue, o meglio i due non si vedono troppo. Matthew vive a Los Angeles mentre Danny, fresco di divorzio, si è appena trasferito a New York per rivedere il padre e accompagnare la figlia Eliza (Grace Van Patten), aspirante filmaker che si cimenta in soft-porno demenziali, al college.

Il quadro è questo, ma sarebbe meglio dire i quadri, ovvero i capitoli con cui Baumbach scandisce il suo ritratto intergenerazionale di una famiglia ebrea di New York, che ci permettono di capire sempre più e sempre meglio quali siano le dinamiche psicologiche in gioco, le vanità personali, le frustrazioni, le piccole rivendicazioni, i rancori mai sepolti, le debolezze e le vigliaccate. Lo fa stavolta con un’ironia più marcata, una voglia di far decantare i temi di sempre – l’umanità colta nelle fragilità e nei fallimenti, l’impossibile armonia tra le nostre aspirazioni e la vita che ci è data – nella forma spassosa di un witz.

The Meyerowitz Stories è a tutti gli effetti una storiella ebraica in cui manca solo Dio. C’è invece da canone l’ineluttabile assoggettamento ai legami di sangue, anche quelli più problematici; il peso dell’eredità e il senso delle tradizioni; il nonsense con morale a sorpresa.
C’è soprattutto New York, una città che non si finisce mai di inquadrare, con i grattacieli di vetro nati sopra i vecchi edifici che ospitavano le attività di una volta, con le sue secolari comunità prima arroccate in quartieri riconoscibili e ora spinte a vendere e a smammare, sgombrando la memoria (altro tema centrale!) di un paesaggio urbano in perenne cambiamento.

L’altra faccia del witz e del suo sofisticato umorismo è l’esperienza di chi ci ha preceduto, il deposito di senso dei vari destini, sopra i quali posa il nostro, perciò vissuto sempre con un po’ di paura per il domani e con la tenera malinconia di ieri.

Con un cast di magnifici attori, nella sua calma e apparente noncuranza, grazie a una partitura nascosta eppure così complessa, spesso brillante, The Meyerowitz Stories è corale già dal titolo, mentre usa il plurale nella doppia accezione di intreccio di vicende e di comprensibile, paradigmatica ciclicità umana.
Le storie dei Meyero-witz sono anche le nostre.

 

NOTE

- IN CONCORSO AL 70. FESTIVAL DI CANNES (2017).

CRITICA

"(...) Noah Baumbach ci propone il suo tipico quadro familiare dove un possibile nodo di vipere si stempera nella sofferenza più o meno silenziosa e nella pratica dell'ironia. (...) frustrazioni e dolori, ripicche e rimpianti si mescolano con la consueta grazia e leggerezza, anche per merito dell'ottima prova di tutti gli interpreti (...), lasciando però una certa sensazione di déjà vu." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 22 maggio 2017)

"'The Meyerowitz Stories' ripropone le dinamiche familiari più volte raccontate da Noah Baumbach (a cominciare da 'Il calamaro e la balena'), inserite in una dimensione malinconica, cechoviana, come una specie di Zio Vanja ebreo-americano. (...) Il maggior pregio del film, che scorre in un'atmosfera dolceamara prevedibile ma non spiacevole, è il cast di attori strepitosi." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 22 maggio 2017)

"(...) il nuovo lavoro del regista di 'Frances Ha' e 'Mistress America', si colloca in una linea di discendenza che, invece di Salinger, punta direttamente a Woody Allen e Neil Simon. (...) 'The Meyerowitz Stories' è il film più ad alto budget che Baumbach abbia mai realizzato e uno dei più convenzionali. Un film «contro» cui non si può dire niente se non che gli mancano lo slancio e l'intuizione dei suoi lavori più belli e idiosincratici (tra tutti, 'Mistress America') e la dolorosa autobiografia degli inizi messa in scena con 'The Squid and the Whale'. Dopo aver parlato con disarmante franchezza delle neurosi della sua famiglia, Baumbach s'imbarca qui in una versione più patinata di un simile paradigma. Con un magnifico Dustin Hoffman , patriarca convinto di essere un geniale scultore incompreso, mentre forse è solo un artista medio, e i tre figli che hanno pagato lo scotto dei suoi matrimoni multipli e della sua certezza assoluta, e assolutamente mal riposta." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 23 maggio 2017)

"Troppo lungo per il cinema, troppo corto per la tv. (...) C'è materia per più di una stagione televisiva, ma se la si deve comprimere in due ore, ci si condanna alla ripetizione. Si metta insieme allora un cast di prim'ordine (...). Si spera così che la professionalità mascheri il frullato concentrato dei troppi monologhi e dei troppi dialoghi, delle ripetizioni, del 'déjà vu' famigliare, ebraico e no: si litiga, si recrimina, ci si rappacifica, si ricorda l'infanzia... I sostenitori del bicchiere mezzo pieno diranno che Noah Baumbach è il miglior allievo di Woody Allen: lo stesso umore abrasivo e malinconico, il medesimo senso del ritmo. Per quelli del bicchiere mezzo vuoto, è solo un allievo senza il talento del maestro: si ride all'inizio, poi si sorride, ma soprattutto ci si annoia. II tema è superarato e occorrerebbe un volo di fantasia. (...) Naturalmente la recitazione è scintillante e Dustin Hoffman è in gran forma." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 23 maggio 2017)
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