That Cloud Never Left

INDIA - 2019
3/5
That Cloud Never Left
In un villaggio indiano, a circa 200 km da Calcutta, molti tra gli abitanti stanno lavorando diligentemente per produrre a mano giocattoli colorati e inventivi: sonagli, flauti e giostre. Ogni giorno vengono realizzati centinaia di oggetti e il materiale principale utilizzato è quello delle vecchie bobine da 35 mm piene di titoli di Bollywood...
  • Durata: 65'
  • Colore: C
  • Genere: DOCUFICTION
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: NAMITA WAIKAR, P. SAINATH PER PEOPLE'S ARCHIVE OF RURAL INDIA

RECENSIONE

di Andrea Giovalè
That cloud never left, di Yashaswini Raghunadan, si apre con una frase cui tutti siamo ormai abituati: “Questa è un’opera di fiction, solo i posti, le persone e il lavoro sono reali. Qualsiasi evento somigliante a quelli narrati o sognati che potesse essere accaduto davvero è frutto di pura coincidenza”.

Non ci si fa caso, lì per lì, eppure “l’opera di fiction” appare quanto mai ambigua: totalmente priva di un impianto narrativo, tanto da passare per documentario, cioè l’opposto di quel che dichiara di essere.

Difficile, in un primo momento, comprendere le motivazioni della regista, che dimostra peraltro un occhio di fine ricerca e ampio respiro. Anche il contesto, quello dei fabbricanti indiani di giocattoli giocati poi dall’altra parte del mondo, è stimolante. Ma le informazioni sono così poche che, in fin dei conti, That cloud never left non può essere nemmeno un documentario.

Il prezzo da pagare per una simile sperimentazione (che trova, d’altronde, nella Mostra Internazionale del Nuovo Cinema il suo perfetto alter ego festivaliero) è alto. Un ritmo completamente liquido e stagnante, scandito però da interessanti sequenze di accumulazione sonora. Una prolissità ostinata che si fa scudo (non sempre per il meglio) di una più ostinata maturità e consapevolezza.

that cloud never left

Che sia un’opera di fiction del tutto priva di storia? Cosa sorregge, allora, questa sua ambizione?
Non è, in nessun momento del film, immediatamente chiaro. Bisogna unire i puntini: i toy maker di Daspara, in Murshidabad, abitano un mondo fermo, e uggioso, nutrito solo da sé stesso, che si proietta tuttavia verso l’idea di un altro mondo, uno dove si gioca, dove i sogni diventano realtà.

La struttura fa eco a questa idea e i bambini, la madre, i costruttori, sono tutti irretiti dalla televisione, finestra sull'ignoto adorato, canale attraverso il quale una cultura estranea si sovrappone, nel film talvolta fisicamente, sull'altra.

È la frase un apertura che torna attuale, “qualsiasi evento che somigliasse a quelli narrati”, ma soprattutto “sognati”. Non c’è trama, al di fuori della ricerca di una trama. Non è un documentario, ma non significa che non sia vero.

NOTE

- MENZIONE SPECIALE AL 55. PESARO NUOVO CINEMA (2019).
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