Selfie

ITALIA, FRANCIA - 2019
3/5
Selfie
Napoli, quartiere Traiano. Inizialmente doveva essere una destinazione periferica temporanea per gli abitanti delle baraccopoli sul lungomare di Napoli, rimasta senzatetto dopo la guerra. Ma gli alloggi erano occupati in modo permanente, comprese le cantine del seminterrato, e presto il quartiere divenne una sorta di ghetto. Alessandro e Pietro sono due sedicenni che si filmano con uno smartphone per raccontare il loro difficile quartiere, la loro vita quotidiana, l'amicizia che li lega. Raccontano anche della tragedia di Davide, il loro vicino che è stato ucciso innocente da un poliziotto dopo un inseguimento, perché scambiato per un ricercato in fuga. Anche lui aveva sedici anni. È successo a Davide, ma potrebbe anche succedere ad Alessandro o Pietro che fanno di tutto per contrastare il destino difendendo il desiderio di una vita semplice e normale.
  • Durata: 78'
  • Colore: C
  • Genere: DOCUMENTARIO
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: MARC BERDUGO, ANNE CHARBONNEL, BARBARA CONFORTI, FABRICE PUCHAULT PER ARTE FRANCE, MAGNETO; COPRODOTTO GIANFILIPPO PEDOTE CON CASA DELLE VISIONI E RAI CINEMA; IN COLLABORAZIONE CON LUCE CINECITTÀ E REEL ONE
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE CINECITTÀ

TRAILER

RECENSIONE

di Andrea Giovalè
La premessa è piuttosto semplice. Selfie, al cinema dal 30 maggio, è un documentario ripreso tutto dai protagonisti, cellulare alla mano, sguardo in camera. Un “selfie”, quindi, esteso fino a 78 minuti e intervallato da brevi inquadrature panoramiche, rubate da telecamere di sicurezza. Sono le due facce del Rione Traiano di Napoli, quartiere periferico, lontano dai comfort, dall’eleganza e dalle comodità del centro.

Andare in centro, infatti, per Alessandro Antonelli e Pietro Orlando, è “andare a Napoli”. Una divisione sociale percepita e profonda, incolmabile, che lascia fuori ragazzi consapevoli già da giovanissimi di una condizione umana stabilita per nascita, come un crudele riflesso di ius solis.

Il film sostenuto da Amnesty International diretto da Agostino Ferrente, per interposta mano dei ragazzi, è dedicato alle tragiche vicende della morte di Davide Bifolco, avvenuta nel 2014, e vi si muove attorno per raccontare il bello, il brutto e soprattutto il quotidiano di un quartiere difficile, sì, ma anche oggetto di pregiudizio feroce.

selfie

Le riprese, però, testimoniano tutt’altra accoglienza, anche per merito del ruolo ibrido degli attori che, oltre a dialetto e carisma invidiabile, tengono sempre in mano la telecamera (un cellulare come tanti) e sono persone, non personaggi.

Altri ragazzi del Rione Traiano raccontano e si raccontano, componendo un puzzle ricco e sfaccettato, preciso e onesto nel bene e nel male. Si finisce, anzi, è molto facile fin da subito identificarsi nello sguardo di Selfie, negli occhi dei ragazzi che ci riguardano. È come se ci trovassimo di fronte a uno specchio magico: dentro vediamo le persone che vorremmo essere sempre, nelle situazioni in cui non vorremmo trovarci mai.

È da questa profonda contraddizione che scaturisce il coraggio dei protagonisti e l’empatia dello spettatore. E ancora da questo conflitto deriva la poetica del documentario, tanto coraggioso nel modo di presentarsi quanto fedele alla sua anima di racconto intimo e universale allo stesso tempo. Come una confessione tra amici.

NOTE

- REALIZZATO CON IL PATROCINIO DI AMNESTY INTERNATIONAL; CON IL SOSTEGNO DI CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE ANIMÉE, PROCIREP - SOCIÉTÉ DES PRODUCTEURS E ANGOA; IN COLLABORAZIONE CON ISTITUTO LUCE CINECITTÀ, REEL ONE, PIRATA MANIFATTURE CINEMATOGRAFICHE, FILM COMMISSION REGIONE CAMPANIA.

- PRESENTATO AL 69. FESTIVAL DI BERLINO (2019) NELLA SEZIONE 'PANORAMA'.

- DAVID DONATELLO 2020 PER: MIGLIOR DOCUMENTARIO.

- DISPONIBILE ON DEMAND SU MIOCINEMA, 28 MAGGIO 2020.

- CANDIDATO NASTRO D'ARGENTO DOCUMENTARI, NELLA SEZIONE 'CINEMA DEL REALE' (2020).

CRITICA

"(...) Cosa guardano in quei telefonini Alessandro e Pietro per tutto il tempo di 'Selfie'? Forse il loro futuro. Riprendere se stessi per tutto il tempo potrebbe sembrare straniante, ma con il terzo in campo, il regista Agostino Ferrente, la storia si fa fluida e avvincente, rimette in discussione il concetto stesso di documentario, diventa ricerca teorica, spezza le regole della rappresentazione. 'Selfie' da Berlino, al festival del cinema europeo di Lecce ora nelle sale, ricorda proprio il gesto dei cineasti che negli anni sessanta con la leggera 16mm uscivano per le strade a raccontare i coetanei metropolitani. Un gesto compulsivo universale si fa forma artistica, riflessione ma soprattutto film di grande divertimento per la spontaneità che si sente anche quando la si vorrebbe pilotare, per il trasporto emotivo che trasmette. Agostino Ferrente potrebbe ancora continuare il sortilegio che ha messo in moto già a cominciare da Le cose belle (che firmava con Giovannni Piperno) ma dice di sentirsi un po' spaventato da queste esperienze, quasi rubasse «l' anima» ai suoi protagonisti. (...)." (Silvana Silvestri, 'il Manifesto', 30 maggio 2019)

"Per andare oltre le scorciatoie e gli stereotipi nel raccontare Napoli, il documentario di Agostino Ferrente è un ottimo antidoto. Presentato a Berlino qualche mese fa, alla stessa edizione in cui era presente 'La paranza dei bambini' di Giovannesi, la distanza tra i due film non poteva essere più grande. Quello tratto da Saviano era un corretto film di genere, che cercava il più possibile di essere rispettoso. Ma Ferrente (che già aveva inventato un dispositivo per raccontare storie di giovani napoletani in Le cose belle ) compie un ribaltamento di prospettiva. (...) Non si parla di camorra, dunque, ma della vita quotidiana di alcuni ragazzi. E decisiva è la scelta di dare a loro stessi la telecamera, anzi il telefonino, e di farli filmare. Diventano loro le guide in quel mondo, ma la cosa importante è che Ferrente non pretende di aver raggiunto in questo modo una verità immediata. Anzi, la scelta implica una serie di problemi, perché il loro sguardo non può essere "puro": è formato dai media (e dai social media), da musiche e film, e il film suggerisce quanto sia complicata un' autorappresentazione. La maniera di guardarsi da parte di questi ragazzi è altrettanto istruttiva di ciò che loro guardano. In fondo la pratica del filmarsi e del condividere narcisisticamente la propria vita non è per loro così rivoluzionaria come sarebbe stata 20 anni fa. Ma il fatto di diventare registi in qualche modo li responsabilizza, anche nei rapporti col loro mondo, e ne nasce un' intensità imprevista. A quel punto, anche le parti dedicate al crimine hanno una forza nuova (...) La realtà, le persone, sono complicati, e il selfie del titolo si ribalta nel suo contrario." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 30 maggio 2019)

"(...) Supereroi della verità, Alessandro e Pietro rendono 'Selfie' un documento imperdibile, la prova che, oltre 'Gomorra', c'è vita. Basta cercarla. E coltivarla." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 30 maggio 2019)
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