Se la Strada Potesse Parlare

If Beale Street Could Talk

USA - 2018
2,5/5
Se la Strada Potesse Parlare
Anni'70, quartiere di Harlem, Manhattan. Uniti da sempre, la diciannovenne Tish e il fidanzato Alonzo, detto Fonny, sognano un futuro insieme. Quando Fonny viene arrestato per un crimine che non ha commesso, Tish, che ha da poco scoperto di essere incinta, fa di tutto per scagionarlo, con il sostegno incondizionato di parenti e genitori. Senza più un compagno al suo fianco, Tish deve affrontare l'inaspettata prospettiva della maternità. Mentre le settimane diventano mesi, la ragazza non perde la speranza, supportata dalla propria forza interiore e dall'affetto della famiglia, disposta a tutto per il bene della figlia e del futuro genero.
  • Durata: 119'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, POLIZIESCO, ROMANTICO
  • Tratto da: omonimo romanzo di James Baldwin
  • Produzione: MEGAN ELLISON, DEDE GARDNER, BARRY JENKINS, JEREMY KLEINER PER ANNAPURNA PICTURES, PLAN B ENTERTAINMENT, PASTEL
  • Distribuzione: LUCKY RED (2019)
  • Data uscita 24 Gennaio 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Se la strada potesse parlare, chissà che direbbe, e chi scagionerebbe. Dopo il successo di Moonlight, tre Oscar nel 2017 tra cui miglior film, Barry Jenkins scrive e dirige l’adattamento da James Baldwin, If Beale Street Could Talk. La via primigenia è situata a New Orleans, “dove – scrive Baldwin – sono nati mio padre, Louis Armstrong e il jazz”, e incarna l’eredità afroamericana, ma quella della storia è ad Harlem, “è una strada rumorosa”, “al lettore il compito di discernere un significato nelle percussioni dei tamburi”.

Qui, nei primi anni ’70, la diciannovenne Tish (l’esordiente cerbiatta Kiki Layne) e il ventiduenne Alonzo Hunt, detto Fonny (Stephan James), sono arrivati ad amarsi dopo una lunga amicizia: progettano di andare a vivere insieme e, nonostante le ristrettezze, sono felici. Ma il ragazzo viene arrestato per uno stupro che non ha commesso: la madre di Fonny confida solo in Dio, il padre si sente impotente, le sorelle non pervenute; il padre di Tish si dà da fare, la sorella sostiene, la madre è pronta a tutto. Basterà? La discriminazione nei confronti dei neri è acuta, finire in carcere da innocenti è la norma, Fonny riuscirà a uscirne?

Attori assai bravi, dai protagonisti a Emmy Regina King e Colman Domingo, Jenkins gira bene, anche se ha un gusto discutibile per sfocature ed effetti più consoni a un filmino di matrimonio, la storia ha una sua dignità, ci mancherebbe, eppure le premesse non vengono pienamente realizzate: Se la strada potesse parlare è un po’ moscio, un po’ pastorizzato, non potendo beneficiare su un conflitto reale, giacché né le tensioni familiari né socio-ambientali sono debitamente esplorate, per tacere dei dissidi di coppia, che al più si risolvono in una busta di pomodori spiaccicata sul muro. Tutto è esemplare ma senza allungamento, paradigmatico ma non radicale, insomma, è una via di mezzo, questa Beale Street.

Non c’è pugna, né guadagno, rimane un compitino onestamente eseguito, con qualche caduta di stile, qualche oleografia black, qualche momento estatico tra Tish e Fonny. A proposito, ma che brutte sono le sue sculture lignee?

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI: MEGAN ELLISON, BRAD PITT, SARAH ESBERG, CHELSEA BARNARD, JILLIAN LONGNECKER, MARK CERYAK, CAROLINE JACZKO.

- SELEZIONE UFFICIALE ALLA XIII EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2018).

- GOLDEN GLOBE 2019 A REGINA KING COME MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA. LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, MIGLIOR SCENEGGIATURA.

- OSCAR 2019 PER: MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (REGINA KING). ERA CANDIDATO ANCHE PER: SCENEGGIATURA ADATTATA, COLONNA SONORA ORIGINALE.

CRITICA

"Dopo l' Oscar per il miglior film a Moonlight, Barry Jenkins omaggia uno dei modelli impliciti di quel lavoro, il grande scrittore afroamericano James Baldwin, portando sullo schermo il suo romanzo If Beale street could talk. Il testo di partenza risale al 1974 ma, per temi e ambientazione, "potrebbe essere stato scritto negli anni Cinquanta", come scrive Joyce Carrol Oates nella postfazione in appendice all'edizione Fandango appena uscita. (...) Nel raccontare una storia d' amore a suo modo classica, Jenkins accentua i tratti di estetismo del film precedente, con moltissima musica, qualche ralenti e controluce, e insomma un tono un po' elegiaco, che comunque non urta troppo con lo spirito della vicenda. Per rendere la prima persona del romanzo, la sceneggiatura fa ampio ricorso alla voce fuori campo di Tish. A fare da controcanto, compaiono talvolta montaggi di fotografie d'epoca in bianco e nero che mostrano la cruda situazione sociale. Perché questa parabola, come spesso i melodrammi, è soprattutto una vicenda di gente semplice condannata dall'ingiustizia sociale e razziale. L' adattamento, nonostante lo stile vistosamente "autoriale" e una patina un po' leccata (la ricostruzione d' epoca vintage ricorda molto cinema recente sui neri americani, da Barriere a Il diritto di contare), funziona meglio quando eredita pacatamente buone idee dal romanzo, e quando ricorda il cinema americano di un tempo: la descrizione della piccolissima borghesia nera (con il contrasto tra le famiglie dei due protagonisti), certi dettagli (come il differente comportamento dei clienti neri e bianchi in profumeria davanti a Tish), e certi momenti di idillio, anche intensamente fisico, ben resi dai due giovani attori." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 24 gennaio 2019)

"Barry Jenkins dopo i tre Oscar a Moonlight ritorna con una quotidiana storia di sopraffazione e razzismo ambientata nella Harlem del '74, non a caso ispirata al libro di James Baldwin «Se la strada potesse parlare» scritto dopo l' assassinio degli amici Luther King e Malcolm X. (...) Dolce ed aggraziato come Baldwin non è mai stato, il film manca di forza propulsiva, non ricorda con sufficiente rabbia, è psicologicamente al ralenti . E inquadra la contrapposizione tra la potenza dell'amore e la violenza del sistema, cercando d'opporre la resistenza della speranza nella voce fuori campo della ragazza (una bella coppia in love è formata da Kiki Layne e Stephan James) portavoce di un realismo quasi magico cui manca però l'accensione poetica. Ma è interessante che il cinema americano abbia ripreso a produrre film kennediani, che si girano indietro a guardare le ingiustizie di ieri per farle combaciare coi disastri di oggi: è uscito Vice e uscirà fra breve il bellissimo Green book , il libro verde che indicava locali e luoghi permessi ai neri." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 24 gennaio 2019)

"Oscar 2017 con Moonlight, film personalissimo imbastito sul filo dell' autobiografia, Barry Jenkins prosegue nel progetto di rifondare il linguaggio del cinema afro-americano, ispirandosi a un romanzo del grande scrittore nero James Baldwin. (...) Eliminando certe spigolosità della pagina, Jenkins sceglie un fascinoso registro estetizzante confermandosi autore degno di interesse, ma così il discorso sul razzismo perde quella forza di attualità che il libro conserva; e che in Moonlight ben traspariva." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 24 gennaio 2019)

"Barry Jenkins l'ha rifatto. Il regista nemmeno quarantenne premiato a sorpresa con Miglior Film all'Oscar del 2017 (vi ricordate la gaffe di Warren Beatty?) grazie all'opera seconda Moonlight è tornato ad ammantare di bellezza, positività e delicatezza una storia di sofferenza, razzismo e prevaricazione. Tratta dall'omonimo romanzo di James Baldwin, la pellicola racconta in modo non lineare una storia di amore e orrore dove a vincere è sempre e comunque la purezza. (...) Attraverso l'escamotage narrativo del montaggio non lineare, Jenkins vuole dirci che non conta se Fonny è dietro le sbarre o nel suo loft da artista a disegnare opere d'arte. Non è importante l'esito delle azioni ma l'intima convinzione di operare sinceramente sia che si tratti del tentativo di far incontrare le famiglie di Tish e Fonny dopo la notizia della gravidanza di lei sia che si parta in missione disperata (lo fa la mamma di Tish) in quel di Porto Rico per provare a parlare con l'accusatrice di Fonny. È il momento più bello di tutto il film, forse in grado di regalare a una maestosa Regina King l' Oscar per Miglior Attrice Non Protagonista, dive già consacrate dall'Academy de La favorita (Emma Stone e Rachel Weisz) permettendo. Difetti? A volte Jenkins esagera con lo slogan dei 60 black is beautiful e quindi quasi più belli gli attori che bello il film. Ma è una mancanza perdonabile visto che erano anni, diciamo dal primo Spike Lee, che non vedevamo cinema black così sexy e scevro dai cliché di rabbia e frustrazione. Jenkins crede in un avvenente stoicismo. Baldwin sognava che il suo libro fosse tradotto sullo schermo o dal Gordon Parks di Shaft (il cinema blaxploitation, a suo modo, lavorò nella direzione del fascino come risposta al razzismo o addirittura dal Truffaut della soave Nouvelle Vague. Sarebbe stato fiero di questo adattamento così morbido e soffuso? Mistero. Ma ci piace pensare di sì." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 24 gennaio 2019)
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